23 settembre 2026: ricorre oggi il centenario della nascita di uno dei grandi pionieri della storia del jazz, John Coltrane. Il sassofonista visionario avrebbe compiuto cento anni e, in effetti, pare proprio che con le sue intuizioni abbia attraversato un secolo intero.
Nonostante una vita durata appena 40 anni, “Trane” è riuscito ad influenzare radicalmente la musica del ‘900 e le generazioni a lui successive. Diede forma a una nuova concezione del jazz, fortemente spirituale e sacrale.

La vita tormentata di John Coltrane, dalla dipendenza alla fede

Originario di Hamlet, nella Carolina del Nord, Coltrane rimase, sin da bambino, orfano di padre. Dopo essersi formato nel sax contralto già ai tempi del liceo, attraversò tutta l’evoluzione di un genere: dal bebop fino ad arrivare al jazz radicale e sperimentale della metà degli anni ‘60.
Trasferitosi a Philadelphia e passato al sax tenore, Coltrane si fece strada nella musica ed ebbe occasione di fare esperienza anche a New York. Nel 1951, a Detroit, registrò il suo primo pezzo con l’orchestra di Dizzy Gillespie.

Al centro della carriera del musicista vi è però una svolta netta che porta un nome ben preciso: Miles Davis.
Superata la perplessità dei primi ascolti, a Davis bastò un provino per rimanere impressionato dal talento del giovane Coltrane. A partire dal 1955, con il famosissimo quintetto di Davis, il sassofonista trovò un grande feeling, destinato però a non durare molto.
Per tanti aspetti i due musicisti erano agli antipodi: da una parte Davis, trombettista schivo, tagliente, distaccato; dall’altra Coltrane, sassofonista ascetico, umile, quasi monastico, sempre in ricerca incessante. Lo strumento di Davis suonava sul silenzio, su poche note scelte, sullo spazio; Coltrane è invece artista della saturazione, degli “sheets of sound” (vere e proprie “lenzuolate di note”), cascate, sequenze rapidissime in un flusso denso e vertiginoso.

Nel 1957, anche a causa della caduta di Coltrane nella spirale dell’eroina, si interruppe la collaborazione con Davis. Il sassofonista attraversò allora una profonda trasformazione personale: una chiamata spirituale che lo aiutò a uscire dalla dipendenza. Tornò a lavorare con Davis nel 1958, entrando nel quintetto che avrebbe inciso alcune delle pagine più importanti del jazz moderno, con album come Kind of Blue.

Coltrane abbandonò definitivamente il gruppo di Davis nel 1960 e pubblicò uno dei suoi lavori migliori, l’album Giant Steps, consacrazione della sua autonomia nella ricerca musicale. Il sassofonista volle andare oltre i limiti stessi del jazz e capire fin dove potesse spingersi: linee melodiche velocissime, complesse ed inesauribili, armonie quasi furiose.
Nello stesso periodo nacque il famoso quartetto di Coltrane. Con My Favorite Things (1961), emerse una direzione diversa dal passato: una semplice melodia diveniva un lungo spazio per l’improvvisazione.

ASCOLTA “A LOVE SUPREME”:

Ma il grande capolavoro è l’album A Love Supreme del 1964: La musica diventa un ringraziamento a Dio, un atto di devozione, di fede, un dono della grazia. Il disco è un’umile offerta a quella luce che aveva guidato Coltrane sulla strada della trasformazione spirituale, decisiva anche nella disintossicazione. Le note mutano in una vera e propria preghiera.
Negli ultimi anni, album come Ascension e Meditations segnano un allontanamento sempre maggiore dalle strutture tradizionali, verso la strada del free-jazz.

Il 17 luglio 1967 Coltrane morì, ancora giovane, per un tumore, ma la sua parabola ha lasciato un segno in grado di cambiare per sempre la storia del jazz, dal bebop fino ad arrivare alla grande tensione verso l’ultraterreno, per poi approdare alla libertà estrema dell’ultima parte della sua carriera.
Nel centenario della sua nascita è doveroso ricordare un musicista che ha cercato per tutta la vita risposte alle molte domande che aveva, interrogando qualcosa di Altro rispetto a sè stesso e affidandosi alla fede come via per raggiungere, tramite il suo sassofono, l’Assoluto.

Elena Venturoli