Chissà se sta vedendo le persone che spontaneamente si ritrovano a cantare in coro le sue canzoni, chissà se sta vedendo gli omaggi e i fiori appoggiati sui gradini. Tante persone diverse, di età diverse, unite dalle sue parole. Negli anni Settanta e Ottanta la sua casa di via Paolo Fabbri era tappa di pellegrini: chi lo cercava per un consiglio, per un’intervista, per fargli sentire una canzone, o semplicemente per conoscerlo. Era uno degli inevitabili pesi della popolarità, ma sopportato con piacere. D’altra parte, bisogna sentirsi davvero a casa propria nel mondo per intitolare un disco con il proprio indirizzo. A quell’epoca la figura del cantautore era così: essere veri, trasparenti, non importava essere davvero bravi a cantare, l’importante era avere qualcosa da dire, e dire la propria verità. E sul palco ci si andava “normali”, senza abito da scena. Un paio di jeans, un maglione o una camicia, una sedia e un fiasco di vino. Questa era la sontuosità scenica di Francesco Guccini. Andarlo a sentire era uno spasso anche per gli intermezzi improvvisati tra un pezzo e l’altro: a volte i suoi musicisti si contorcevano dalle risate, perché era davvero un grande improvvisatore.

Non faceva vere e proprie tournée, ma serate sparse seppur in certi periodi numerose. Per dormire tornava sempre a Bologna, in via Paolo Fabbri 43. Le sue canzoni nascevano di getto, quando avvertiva l’urgenza interiore di dire qualcosa. L’idea che presiedeva al testo era il motore che lo faceva partire nello scrivere. Una vita di ritmi non forsennati, tante letture, le partite a carte da Vito, quando dopo mezzanotte si poteva intravedere la sagoma barbuta attraverso l’orrendo e caratteristico tendone verde della mitica trattoria. Quel posto a pochi metri da casa, dove era facile incontrare tanti artisti dell’area bolognese e non solo. Una fucina di aneddoti, di incontri, di bevute e di cantate. Ma erano altri tempi, basti pensare all’invettiva contro Bertoncelli, che poi cercò il suo numero nell’elenco telefonico e lo andò a cercare in via Fabbri per due chiacchiere di confronto, e i due divennero amici. Oggi una vicenda simile probabilmente si consumerebbe sui social. E le innumerevoli canzoni, ognuna con un preciso perché; alcune davvero molto belle, piccoli capolavori di letteratura. I suoi concerti finivano sempre allo stesso modo, con la stessa canzone, quella mitica locomotiva che inneggiava all’anarchia. Era una sorta di rito liturgico, il finale che tutti aspettavano e che ogni volta veniva accolto come fosse la prima. In via Paolo Fabbri 43 si è radunata spontaneamente una fiumana di persone, a cantare le canzoni del maestrone, con affetto, riverenza e vicinanza. La sua forza letteraria – oltre che vocale e musicale – ha contagiato più di una generazione.

La morte è uguale per tutti, ma quando se ne va un poeta così importante si avverte uno straniamento particolare,  L’istinto è quello di esorcizzare l’assenza attraverso gli omaggi, la musica, le citazioni. Le tante citazioni dall’immenso serbatoio di un narratore semplice e profondo che ha raccontato le nostre vite, le nostre adolescenze mai tramontate, le nostre inquietudini, i tanti dubbi e le speranze.