L’iscrizione nel registro 45-bis, cioè lo scudo penale, per i due poliziotti e i quattro soccorritori intervenuti nell’operazione che ha portato alla morte di Abderrahim Fakir, il 43enne di origine marocchina deceduto al Pilastro domenica scorsa, passa in secondo piano alla luce degli elementi che stanno emergendo. Le responsabilità su quanto accaduto, infatti, potrebbero non essere direttamente del personale che si trovava in via Svevo, ma nella catena di comando che porta direttamente allo Stato, tanto per la sanità quanto per la polizia.

Fakir, la condanna della Cedu per la pratica della polizia

Le questioni emerse sono precisamente due. Da un lato la pratica adottata dagli agenti di polizia per contenere l’uomo che era in preda a una crisi psicotica, dall’altro ciò che avrebbero potuto fare o non fare i sanitari che hanno assistito al decesso dell’uomo.
Sul primo punto le dichiarazioni a Radio Popolare di Fabio Anselmo, legale della famiglia Fakir e già avvocato dei casi Aldrovandi e Magherini, hanno aperto uno scenario chiaro. Il 15 gennaio scorso, infatti, l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani (Cedu) nell’ambito di un ricorso presentato dallo stesso Anselmo in relazione alla morte di Riccardo Magherini, avvenuta nel 2014 dopo un intervento delle forze dell’ordine con la stessa dinamica e le stesse pratiche utilizzate con Abderrahim Fakir.

La sentenza della Cedu rileva che Magherini, in stato di intossicazione acuta da cocaina e “sindrome da delirio eccitato”, fu bloccato e mantenuto in posizione prona e ammanettato per oltre venti minuti, morendo per un arresto cardiorespiratorio causato dalla combinazione di stress adrenergico e asfissia posturale.
La corte evidenzia la violazione dell’Articolo 2 della Convenzione sul diritto alla vita, sia per l’uso non strettamente necessario della forza, sia per la mancata formazione degli agenti e l’assenza di linee guida adeguate sui rischi della contenzione prona.

I tagli alla sanità: il 118 avrebbe potuto salvare Fakir

La questione dei soccorritori è quella che ha scandalizzato molte persone. Nel video della morte di Fakir ha colpito l’inerzia degli operatori del 118, che assistevano all’agonia dell’uomo senza intervenire. Da un’intervista realizzata dall’Ansa al presidente della Società italiana sistema 118, Mario Balzanelli, emerge il tema delle regole di ingaggio del personale inviato al Pilastro, composto esclusivamente da volontari. Balzanelli sostiene che «con grande probabilità, Abderrahim Fakir si sarebbe potuto salvare: a fronte di un forte stato di agitazione psicomotoria, il medico avrebbe infatti potuto sedare il soggetto a sua stessa tutela e impedendo conseguenze più gravi».

Il problema è che in via Svevo non è stato inviato un medico. E la ragione viene spiegata da due medici dell’emergenza urgenza dell’Emilia Romagna in un articolo sul Domani. In particolare, le scelte del sistema di presa in carico sono spesso dettate dal risparmio, anche a causa della carenza del personale.
In altre parole, i tagli o il sottofinanziamento alla sanità hanno giocato un ruolo in quanto accaduto, poiché il personale volontario presente non aveva le competenze o le possibilità di intervenire nel modo corretto per tutelare la vita di Fakir.

L’inchiesta giudiziaria: si risalirà la catena delle responsabilità?

Gli elementi che stanno emergendo potrebbero essere utili nell’inchiesta della magistratura, cui spetta il compito di ricostruire quanto accaduto e successivamente valutare i profili di responsabilità in un processo.
Alla luce delle questioni sollevate, non è solo sulle sei persone intervenute, tra poliziotti e sanitari, che occorre fare chiarezza, ma sulla catena di comando, sulle regole di ingaggio, sull’organizzazione e sulla formazione. Con l’auspicio che la magistratura decida di risalire la filiera e non si accontenti di stabilire solamente la liceità o meno delle condotte delle persone presenti.
Perché gli indizi fin qui raccolti parlano abbastanza chiaro: Fakir è morto a causa dello Stato.