Non è bastato quello che di fatto è stato un commissariamento a fermare i Verdi “ribelli” di Bologna. Dopo la nascita della federazione cittadina più aperta al dialogo con Matteo Lepore e il centrosinistra e dopo il procedimento disciplinare contro il co-portavoce provinciale Danny Labriola, il gruppo che aveva vinto il congresso dell’aprile 2025 con la linea di rottura rispetto all’attuale amministrazione, non sembra intenzionato a fermarsi e presenta un manifesto sottoscritto da oltre 70 firme, tra le quali anche scienziati e accademici.
“Bologna Respira. Manifesto per una città verde e leggera” è il titolo del documento, che per Labriola testimonia la volontà di non disperdere il lavoro fatto in quattro anni e mezzo.
Il manifesto dei Verdi “ribelli” per una città “leggera”
È stato presentato il manifesto programmatico “Bologna Respira”, un documento politico e sociale che propone una ridefinizione del modello di sviluppo del capoluogo emiliano, orientandolo verso i principi dell’ecologia, della sostenibilità e della partecipazione democratica. Il testo, promosso tra gli altri dall’ex portavoce dei Verdi di Bologna metropolitana Danny Labriola, muove da una critica all’attuale gestione urbanistica e politica per tracciare una visione alternativa della città.
Il preambolo del documento evidenzia una diffusa polarizzazione nel dibattito politico odierno, definita strumentale e focalizzata più sui contenitori che sui contenuti materiali e sociali. Citando il Club di Roma e Alexander Langer, i promotori contestano l’idea di una crescita materiale illimitata, considerata in contrasto con le evidenze scientifiche ed ecologiche, e propongono un approccio basato sul concetto di leggerezza, intesa come attitudine all’ascolto, alla cura delle relazioni e al rallentamento dei ritmi urbani.
Sul piano strettamente ambientale, la sezione dedicata alla “città ecologica” inquadra il diritto alla salute, all’aria pulita e all’accesso al verde come elementi cardine della coesione sociale, richiamando gli articoli 9 e 41 della Costituzione italiana. L’analisi demografica presentata nel testo evidenzia che, a fronte di una diminuzione di centomila residenti negli ultimi cinquant’anni, Bologna ha registrato un incremento del quaranta per cento dei volumi abitativi. Di conseguenza, il manifesto individua nella regolamentazione dei flussi turistici e nel riuso del patrimonio edilizio esistente, tramite criteri di bioarchitettura, le soluzioni alla crisi abitativa, escludendo ulteriore consumo di suolo e promuovendo strategie di adattamento climatico come il modello della “città spugna”. Sul fronte della sicurezza urbana, la proposta privilegia la manutenzione, l’inclusione e i presidi culturali diffusi rispetto alle sole misure repressive.
Per quanto riguarda la gestione delle risorse, il documento invoca una transizione energetica a forte impronta pubblica attraverso il sostegno alle comunità energetiche e la diffusione di impianti fotovoltaici e micro-eolici urbani. In materia di mobilità, pur riconoscendo i potenziali benefici delle nuove linee del tram, il testo critica l’abbattimento di alberi connesso ai cantieri e suggerisce un potenziamento del Servizio Ferroviario Metropolitano e dei mezzi elettrici, ponendo come obiettivo di lungo termine la gratuità del trasporto pubblico locale. Viene inoltre richiesta una revisione dei modelli di gestione dei servizi idrici e dei rifiuti, orientata all’economia circolare e all’eliminazione delle logiche privatistiche e dei dividendi azionari, al fine di salvaguardare l’esclusivo interesse collettivo.
Il manifesto estende la riflessione anche al territorio rurale circostante, delineando “Bologna città del biologico”. La proposta prevede il sostegno all’agricoltura contadina, lo sviluppo di filiere corte e mercati contadini diffusi, l’introduzione di cibi biologici nelle mense scolastiche e una moratoria sulla costruzione di nuovi ipermercati e centri commerciali, per garantire l’accesso diffuso a un’alimentazione sana a prezzi calmierati.
L’ultimo asse tematico affronta la governance locale, lamentando un progressivo svuotamento delle funzioni dei Consigli comunali a favore delle Giunte. Per contrastare l’astensionismo e la sfiducia istituzionale, i promotori chiedono che la partecipazione dei cittadini, dei quartieri e delle associazioni non sia una mera formalità consultiva, ma un metodo ordinario di governo basato sul decentramento e sul confronto trasparente prima dell’approvazione dei progetti urbanistici e amministrativi. Il documento si configura come una cornice aperta, destinata a integrarsi nei prossimi mesi con ulteriori contributi legati al welfare, al lavoro, alla cultura e alle politiche di genere.
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