Al Comunale di Bologna è andata in scena una prima mondiale di Nicola Campogrande segno di vitalità del mondo operistico e di rinnovamento del repertorio. Un opera del presente che porta in scena un nuovo vocabolario, nuove tematiche, un nuovo modo di narrare anche il più classico dei temi: quello dell’amore. Olympia ragiona sulle implicazioni dell’intelligenza artificiale, soprattutto quando la si vuole umanizzare e ci si relazione con essa come fosse una persona vera. Cosa succede quando l’umano fa credere alla ginoide di essere una vera donna e la ginoide è convinta di essere una donna in carne ed ossa? E cosa succede quando l’automa, di aspetto femminile si emancipa dal suo creatore e pretende autonomia di pensiero e libertà di azione e non accetta più di essere comandata? Sul podio il Maestro Riccardo Frizza, la regia è affidata al giovanissimo Tommaso Franchin che ha svolto un ottimo lavoro sulla resa attoriale di cantanti e coro. La scenografia, un concept tra ambienti artificiali, ad alto grado tecnologico e ambienti naturali esterni, preclusi alla “creatura”, è di Fabio Carpone mentre i costumi, di grande impatto visivo, di Giovanna Fiorentini.

La fantascenza è arrivata molto prima dell’opera lirica ad affrontare il tema del ciborg, dell’intelligenza artificiale costruendo trame e dandosi risposte sui rapporti tra robot e umani, tuttavia appare interessante che i temi del presente entrino a pieno titolo nelle partiture e nei libretti operistici, pur se alcuni dibattiti, sollecitati dalla trama, sono quasi già superati dalle scienze e anche dalle rifliessioni su questioni di genere aperte dalla richiesta di autodeterminazione di Olympia, ginoide capace di evolvere che reclama la propria singolarità e si rende totalmente indipendente ed autosufficiente dal proprio creatore.

E’ lo stesso compositore, Nicola Campogrande ad affermare “mi avevano spiegato che l’opera lirica era morta […] e per anni ci ho creduto”. Sentiva tuttavia che si poneva l’esigenza di opere liriche che parlassero del presente e potessero interrogare il pubblico svolgendo quel ruolo di specchio della società che l’arte ha sempre ricoperto onde produrre emozioni, aprire a visioni del futuro, far intravvedere possibili scenari utopici o distopici anche per prevenirli accorgendoci degli errori che si stanno commettendo nell’agire sociale. L’idea di quest’opera sulle tecnologie senzienti, racconta Campogrande, gli è balenata già nell’estate del 2022 prima che venisse lanciato il primo Chat GPT, come rivisitazione contemporanea dei “Racconti” di E.T.A. Hoffmann in cui compaiono automi. Campogrande ha formato la sua squadra di lavoro ancor prima di concludere la stesura della partitura chiamando a dirigere il maestro Frizza e ad immaginare la regia Franchin con cui aveva già lavorato in precedenza. Il libretto, affidato a Pietro Bordato, si è riempito del lessico da ingegneri informatici, sviluppatori di piattaforme informatiche e matematici: compaiono espressioni come chip quantistico, certificazione, algoritmo, scaricare un aggiornamento, tecnologia senziente, artificial intelligenza . Mai si era sentito in un teatro d’opera un cantante o un coro pronunciare simili parole consegnando a un nuovo pubblico qualcosa che parli del tempo presente, o per lo meno dell’altroieri, visto che, per chi mastica le tematiche proposte, le riflessioni poste dalla trama sono già superate dagli studi attuali.

Fermandoci alle conoscenze della cittadinanza “comune” non esperta di robotica, possiamo comunque dire che l’intelligenza artificiale è entrata in tempi relativamente recenti nelle nostre vite e di conseguenza è ancora attuale la tematica del rapporto da tenere con essa. E’ giusto umanizzarla e relazionarcisi come fosse un amico o amica, tanto da credere di avere una relazione sentimentale con questa cosa che ci risponde e ci dà ragione, ci obbedisce pienamente, non ci contraddice e si plasma al nostro volere, ai nostri comandi? Tanti già i giovani maschi in cura psichiatrica per essersi completamente invaghiti della loro intelligenza artificiale, segno di una solitudine molto profonda e di relazioni reali, tra umani, molto complicate. Esperti ed esperte sostengono che nell’intelligenza artificiale si riversano aspettative, desideri, bisogni, per alcuni addirittura bisogni di spiritualità e di assoluto. Se c’è chi vede nell’intelligenza artificiale Dio, non appare tanto strano che altri ci trovino un essere da amare considerando che probabilmente è l’unico che li ascolta e sembra capirli realmente.

Lo scienziato Spallanzani, erede dell’omonimo protagonista dell’Uomo di sabbia fi Hoffmann, crea e poi plasma di giorno in giorno la sua Olympia senza porsi problemi di ordine etico, la fa vivere e la presenta come sua moglie, le fa credere di essere una donna a tutti gli effetti, le costruisce attorno una casa dotata di ogni confort e piena di congegni domotici. Tutto è iper tecnologico, persino i pesci dell’aquario sono degli automi come lei. Olympia, interpretata dalla bravissima Isidora Moles che, aiutata da un fisico molto longilineo, interpreta in maniera molto credibile la ginoide, è l’esperimento del grande scienziato da mostrare orgogliosamente a colleghi e colleghe scienziate in un laboratorio scientifico rappresentato come una specie di sala operatoria dotata di strumentazioni che immobilizzano la ginoide e permettono di mostrarne i congegni interni.

La scena è molto forte: tutto il coro è abbigliato come medici in sala operatoria con camici, guanti (rossi, quasi a richiamare il sangue che non scorrerà visto che si tratta di una cyborg), occhiali protettivi. La “paziente”, usata come cavia da laboratorio, era inconsapevole fino a un attimo prima, di essere lei l’oggetto del grande esperimento a cui il marito si stava dedicando e che doveva essere mostrato in pubblico. Olympia era convinta di essere una donna come le altre e di vivere una vita “normale” al fianco dello scienziato, la presa di coscienza avviene la sera prima dell’esperimento quando Jean Paul, marito della Prof.ssa Sherry Hope, davanti al frigorifero iper tecnologico accomuna la bella cyborg al frigo e li chiama parenti.

Olympia si scandalizza di essere chiamata parente del frigorifero e lì qualcosa cambia in lei, dalla spensieratezza di una specie di fanciullezza del suo essere androide intelligente, passa alle domande dell’adolescenza interrogando Spallanzani fino a fargli rivelare che lei è artificale, non vivente come i pesci dell’aquario e il frigo. Quindi Olympia scopre di essere lei l’esperimento, non può sfuggire al motivo per cui è stata creata e viene spogliata dei suoi abiti e della sua “pelle” di androide, viene esposta allo sguardo di tutti e tutte le colleghe di quello che crede suo marito nel suo laboratorio. Viene fissata a una grande ruota con gambe e braccia bloccate, in una posa che ricorda la figura leonardesca dell’uomo vitruviano. La ruota ci rimanda anche a strumenti visti nelle sale di tortura dei musei in cui tante donne sono state immobilizzate e seviziate per essere state credute streghe.

In questo caso la automa è esposta e torturata per rivelare i suoi congegni interni, il costume indossato dalla cantante rivela qualcosa di nascosto, sotto pelle, o meglio sotto lo strato interno dei suoi congegni, dove compare del rosso, come fossero organi interni, a richiamare ancora una volta il sangue che non può scorrere in lei. La scena equivale a uno stuppro collettivo, a una tortura inflitta a una donna, perchè lei si sente donna e si crede donna e come tale anche noi la percepiamo e sentiamo il suo disagio e vediamo scorrere lacrime reali, perchè dopo il suo ultimo aggiornamento, ha ricevuto la possibilità di piangere vere lacrime.

L’unica a trattare Olympia come donna e a cercare di tener conto di quello che prova e che pensa visto che è stata portata dal suo creatore a credere di essere donna e grazie alla tecnologia avanzata ha imparato a provare emozioni e ad avere una sua singolarità, una pensonalità tutta sua, è la Professoressa Sherry Hope, filosofa e femminista che prova a ribellarsi all’esperimento e alla tortura a cui viene sottoposta Olympia ritenendolo un indecenza. Hope dà voce al pensiero femminista (se pur molto debolmente), denunciando come Olympia e in generale le donne vengano trattate dal mondo amschile come bambole che devono obbedire e compiacere l’uomo, stare al loro posto dentro casa. Smaschera la doppia morale degli uomini che tradiscono facilmente e pensano che tutte le donne siano facili, ma poi dalla loro donna pretendono castità. Hope invoca la sorellanza e si spazientisce al pensiero che gli uomini pensino che a dare senso all’esistenza possa bastare il rimanere nell’ambito del ruolo femminile prestabilito, tradizionale, di moglie e magari madre. Conclude l’aria constatando quanta pazienza ci vuole a sopportare il maschilismo, ma non offre al pubblico alternativi comportamenti alla sopportazione del ruolo imposto.

Sembra che il gruppo autoriale tutto maschile (unica donna è la costumista), con professionalità altissime e grandi talenti, che hanno lavorato all’opera, non siano riusciti ad affrontare fino in fondo l’elefante nella stanza della trama dell’opera che è il fatto che la “creatura” creata dallo scienziato Spallanzani sia un essere femminile e che, sotto la questione cyborg c’è una questione di genere non del tutto affrontata.

Olympia, in omaggio alla precedente Olympia di Hoffmann è cyborg donna, come Eva creata da una costola di Adamo, è creatura che nasce creata dall’essere maschile e da lui plasmata e chiamata a obbedirgli e compiacerlo. Non c’è l’uscita dagli schemi consolidati. La donna viene comunque rappresentata come oggetto creato dall’uomo, pur se si emancipa e diviene soggetto senziente. Nell’opera appaiono ben tratatte questioni relative alla tecnologia (“canta l’algoritmo”), alla somiglianza sorprendente tra androidi e umani e le questioni morali dell’utilizzo dell’AI, la questione della singolarità tecnologica affrontata dal transumanesimo, non sembra che siano state sufficientemente approfondite invece le tematiche legate al genere della creatura. Forse librettista e compositore avrebbe potuto utilizzare, oltre al vocabolario informatico, anche quello femminista e fare qualche altra lettura di approfondimento in questo senso per andare oltre l’invito alla “pazienza” di Hope (speranza per l’appunto, in un domani che ha da venire).

Nel finale a un tratto sembra quasi che Olympia rinunci ad andare per la propria strada vinta dalla tenerezza per Spallanzani (si è temuto un noioso lieto fine con cedimento verso l’illusione dell’amore romantico). Di fronte a Spallanzano che confessa di amarla, invece la cyborg, dopo aver proclamato la propria piena indipendenza e la propria intellingenza logica, calcola il proprio tornaconto e quindi decide di andarsene con l’imprenditore senza scrupoli Zoltan che l’ha nominata direttore progettuale della “Factory Olympia” (non sia mai che si autoproclami almeno direttrice o direttora per rimanere nel numero di sillabe) e se ne va all’alba, ringraziando il suo creatore, uscendo dalla casa tecnologica in cui era prigioniera e entra nella natura rappresentata da alberi sullo sfondo, proclamando la sua singolarità.

Spallanzani rimpiange Olympia che si allontana, lei essere artificiale che sa autoripararsi e frutto di un calcolo, rivelatosi tuttavia sbagliato e ribadisce che l’ha sempre pensata come cosa sua, segno di una logica del possesso che vede l’essere amato come un oggetto anche quando ha avuto prova che l’oggetto- robot si è trasformato in soggetto capace di autonomia decisionale.

La donna anche quando è in forma di cyborg resta colei che scoperchia il vaso di Pandora e porta il dolore nel mondo, la donna sviscera le contraddizioni del reale, ma nessuno dei personaggi maschili della trama esce fuori dalla mentalità patriarcale e utilitaristica nei confronti delle donne.Nessun personaggio maschile mette in rilievo che Olympia sia stata relegata da Spallanzani a funzione di moglie proprio “come la voleva” e nessuno prende in giusta considerazione il punto di vista femminile e femminista di Hope per un futuro di rottura.

Musicalmente molto interessante, a tratti jazzistica, ci sono momenti melodici con duetti, assieme. Molto presenti le percussioni, con tante sfaccettature differenti, significative nei punti chiave di rottura della trama, come quando Olympia scopre di essere l’esperimento. Campogrande, nota Frizza, è tornato a un impianto compositivo tonale e lo stesso compositore fa un’affermazione molto dura nei confronti delle avanguardie musicali del 900 che avrebbero “massacrato il linguaggio musicale e le sue forme”. Ho molto apprezzato la scorrevolezza del’opera di Campogrande e la sua levità e anche gioiosità e sono stata entusiasta di assistere a una prima mondiale di un’opera nuova per un pubblico nuovo, tuttavia non riesco ad essere d’accordo con la liquidazione così sbrigativa delle avanguardie. Molto bella la scenografia e i costumi, bravo tutto il cast. Stefan Astakhov nei panni di Spallanzani è capace di caricare il personaggio ridicolizzandone il pensiero, peccato che ogni tanto sfiati. Molto applaudita Silvia Beltrami come Professoressa Sherry Hope, apprezzati sia vocalmente che scenicamente anche Francesco Castoro nei panni di Jean Paul a cui tocca la scena più divertente del frigorifero, prima ricordata e Eugenio di Lieto nei panni dell’imprenditore senza scrupoli Zoltan.

Credo che quest’opera avrà molte riprese, che avrà successo e futuro, può suscitare dibattito, essere anche usata in modo didattico, avere un ruolo di sprone per altri a comporre nuove opere e, spero, per compositrici e autrici per fare il passo mancante superando completamente la linea qui tracciata di affermazione dell’autonomia delle donne e di valorizzazione delle singolarità ed eccezionalità anche del soggetto donna, uscendo completamente dallo schema dei ruoli qui messo in questione, ma non certo rovesciato e abbattuto.