Da un lato la complicità col genocidio attraverso i rapporti commerciali con Israele, dall’altro i favori alle industrie belliche attraverso il depotenziamento dei controlli sull’export di armi.
Italia e Europa insistono con il riarmo e l’economia di guerra. L’ultimo atto in ordine di tempo è il tentativo dell’Unione europea di facilitare l’export di armi attraverso il paravento burocratico della “semplificazione” e dell’efficienza industriale.
A Bruxelles, in particolare, si sta consumando una profonda deregolamentazione del settore della difesa attraverso un colpo di spugna sui controlli che rischia di alimentare i conflitti globali e che si intreccia con le contraddizioni etiche dei partner commerciali dell’Ue, a partire da Israele.
A lanciare l’allarme è la società civile riunita una vasta coalizione di organizzazioni pacifiste, scese in campo sia a livello europeo per fermare la riforma delle licenze di esportazione, sia a livello nazionale con una proposta di legge per bloccare le importazioni commerciali dagli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania.
Export di armi, l’Unione europea vorrebbe indebolire i controlli
Il fulcro della mobilitazione europea risiede nei negoziati del “Defence Readiness Omnibus”, il pacchetto legislativo con cui la Commissione europea intende riformare il settore della difesa. Rete Italiana Pace e Disarmo, insieme ad altre 25 sigle continentali riunite nel network ENAAT, ha indirizzato una lettera aperta ai decisori europei per denunciare il rischio di un drastico abbassamento degli standard di controllo sull’export di armi.
Il meccanismo contestato è tecnico ma dagli effetti politici devastanti: la trasformazione delle Licenze di Trasferimento Generali (GTL) in prassi standard. Uno strumento che consentirebbe trasferimenti ripetuti di materiale bellico per anni senza autorizzazioni caso per caso, privando di fatto gli Stati membri della visibilità sulla destinazione finale. Una deregolamentazione che colpirà soprattutto le tecnologie emergenti più sensibili, come droni e sistemi d’arma autonomi.
Le associazioni accusano la Commissione di agire come un terminale degli interessi dell’industria bellica, arrivando ad avocare a sé poteri delegati che esulano dalle sue competenze e, soprattutto, privatizzando i controlli.
Consentendo alle aziende certificate di autoregolare i propri flussi, infatti, l’Ue rischia di trasformare i produttori di armi in giudici di se stessi. Per l’Italia il pericolo è doppio: il principio del de minimis permetterà ai Paesi assemblatori di ignorare i veti all’export dei Paesi fornitori di componenti sotto una certa soglia. In breve, le tecnologie italiane potrebbero finire in teatri di guerra che Roma aveva esplicitamente deciso di evitare.
La complicità con Israele: la proposta di legge per fermare i rapporti commerciali con Israele
Se a Bruxelles si allentano le maglie dei controlli sulle armi in uscita, a Roma la società civile tenta di stringere quelle sui beni in entrata che finanziano l’economia di guerra e l’occupazione. È stata infatti depositata alla Camera una proposta di legge firmata in modo trasversale dai leader dell’opposizione (Bonelli, Conte, Fratoianni e Schlein) nata dall’iniziativa di 20 organizzazioni della campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”.
L’obiettivo è ambizioso, ma allineato alle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: vietare l’importazione e la pubblicizzazione in Italia di beni e servizi provenienti dagli insediamenti coloniali israeliani nei Territori palestinesi occupati.
I numeri fotografano un legame economico strettissimo: l’Italia importa ogni anno oltre 1 miliardo di euro in beni e servizi da Israele. Una quota significativa di questo mercato – che spazia dai prodotti agricoli alla sorveglianza digitale – è legata a doppio filo con le aziende che operano in Cisgiordania.
I dati presentati dalle Ong descrivono una situazione drammatica in Cisgiordania: solo nel 2025 si sono registrate oltre 1.600 demolizioni di strutture palestinesi, mentre il 2026 ha già visto oltre 700 attacchi dei coloni con 44 morti, tra cui 11 bambini. «Se l’occupazione è illegale, allora è illegale anche l’economia che ne deriva», ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, rimarcando come le sanzioni europee contro i singoli coloni violenti siano un palliativo inutile se non si colpisce l’intero sistema economico coloniale.
La proposta di legge italiana ricalca quanto già fatto da Spagna e Slovenia, e punta a scardinare i trucchi di etichettatura con cui le aziende israeliane aggirano la differenziazione territoriale europea.
La vera svolta del testo normativo risiede nell’inversione dell’onere della prova: non dovranno più essere le autorità europee a dimostrare l’illegalità del prodotto, ma saranno gli esportatori israeliani a dover certificare che i beni non provengono dalle terre espropriate, pena il sequestro e la confisca della merce da parte dell’Agenzia delle Dogane.
«Non si tratta di una misura simbolica, ma di un atto di responsabilità per non rendere l’Italia complice», ha aggiunto Giovanni Lattanzi (Presidente AOI). Una posizione che si salda con la critica alla proposta franco-svedese di aumentare semplicemente le tariffe doganali sui beni israeliani, misura ritenuta inefficace dalle Ong poiché verrebbe immediatamente compensata dai sussidi del governo di Tel Aviv.
ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCO VIGNARCA DI RETE ITALIANA PACE E DISARMO:







