La condanna a 12 anni per Massimo Adriatici, l’ex assessore leghista che nel 2021 uccise con un colpo di pistola il 39enne Youns El Boussettaoui, non era per nulla scontata.
Non era scontata perché il pubblico ministero aveva chiesto poco più di tre anni di condanna e aveva inquadrato il reato in eccesso colposo da legittima difesa e solo l’intervento della giudice Valentina Nevoso aveva reinquadrato correttamente quanto accaduto.
Non era scontata perché l’assassino stava dalla parte dei bottoni, o meglio: del potere.
La condanna ad Adriatici per l’omicidio di El Boussettaoui e il ruolo di due donne
I fatti risalgono al luglio 2021, quando Adriatici, allora assessore alla Sicurezza per la Lega al Comune di Voghera, ebbe un diverbio con El Boussettaoui, un uomo con problemi psichici e senza dimora.
Tutto avvenne in piazza. A seguito di un diverbio, El Boussettaoui tirò uno schiaffo ad Adriatici, che era lì già armato e con il colpo in canna nella pistola. L’ex assessore reagì sparando e uccidendo il 39enne.
Fin dagli attimi successivi all’omicidio, il rischio che la vicenda fosse derubricata e insabbiata era molto alto.
«Adriatici era una persona conosciuta, della Voghera bene, un ex poliziotto – ha raccontato Debora Piazza, avvocata della famiglia El Boussettaoui – Subito dopo il fatto non è stato ammanettato, gli è stato dato il cellulare, ha potuto fare delle chiamate, è stato portato via con la macchina di servizio, lato passeggero, gli è stato fatta impugnare la pistola, scarrellarla, darla a un collega. Era tutto molto in famiglia, mentre Youns El Boussettaoui era un signor nessuno, un perdente della società».
Allo stesso modo, anche nelle settimane successive al delitto il leghista ha goduto di misure cautelari leggere, stando agli arresti domiciliari e non in carcere.
All’avvio delle indagini, poi, sembravano sparite le registrazioni delle telecamere che avevano ripreso la scena e grossa parte della battaglia della famiglia della vittima si è concentrata sul reperimento di quelle prove e sulle dichiarazioni dei testimoni presenti.
L’ipotesi di reato inizialmente configurata, inoltre, era appunto quella di eccesso colposo da legittima difesa. Ed è questa la ragione per la quale il pm aveva chiesto una condanna di appena 3 anni e mezzo.
Dopo dieci udienze, però, è stata un’ordinanza della giudice Valentina Nevoso a riqualificare il fatto con l’accusa di omicidio volontario. Ed è questo elemento, nel corso di un rito abbreviato, che ha portato alla condanna di ieri a 12 anni per Adriatici.
Nella vicenda si può quindi dire che è stato decisivo il ruolo di due donne, Nevoso e Piazza, a permettere di ottenere verità e giustizia per la famiglia El Boussettaoui.
Piazza, in particolare, in settimana era già finita sotto i riflettori perché è anche l’avvocata della famiglia di Abderrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo lo scorso gennaio dal poliziotto Carmelo Cinturrino. Lunedì scorso, in particolare, si è avuta una svolta nelle indagini con il fermo di Cinturrino e l’accusa di omicidio volontario e di aver tentato una messinscena per coprire le proprie gesta.
La condanna ad Adriatici ha anche risvolti politici. Come era stato per l’omicidio Mansouri, il ministro Matteo Salvini aveva difeso anche l’ex assessore del suo partito prima che le indagini accertassero quanto accaduto.
Ma la vicenda ha un ulteriore elemento politico che riguarda il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. I sostenitori della riforma della separazione delle carriere hanno sempre sostenuto che la riforma fosse necessaria per scongiurare l’appiattimento dei giudici sulle tesi delle procure. Il caso della morte di El Boussettaoui dimostra il contrario: una giudice ha sconfessato la procura riqualificando l’imputazione e, così facendo, permettendo che il verdetto fosse diverso.







