«Ho scelto di tirare fuori questo piccolo lavoro che non avevo mai pubblicato dove viene negata la visione. Quindi viene negata l’architettura dell’occupazione. Volutamente: vediamo tante immagini della Palestina per cui volevo veramente sottrarre. In questo caso si intuiscono solo le terre dell’occupazione». Così il fotografo Luca Capuano racconta ai nostri microfoni la mostra fotografica “Terre dell’occupazione”, allestita fino al 24 maggio nello Spazio Lavì, in via Sant’Apollonia 19/AB a Bologna, con la curatela di Piero Orlandi.

Una mostra sull’occupazione israeliana di terre palestinesi

L’esposizione è composta di 44 fotografie quanti sono i villaggi palestinesi a ovest di Gerusalemme e intorno a Hebron che l’esercito israeliano occupò fra il 1947, anno della risoluzione dell’Onu n. 181 che prevedeva la spartizione della Palestina in due stati, uno ebraico e uno arabo, e il 1949, quando, al termine della prima guerra arabo-israeliana, i confini del neonato stato di Israele comprendevano circa il 78% del territorio della Palestina mandataria. Durante il conflitto circa 700mila palestinesi furono costretti a lasciare le proprie case, un esodo forzato conosciuto in arabo come Al-Nakbah, la catastrofe.
 
Dai villaggi che sono stati costretti ad abbandonare, i 3400 palestinesi sono confluiti nel campo profughi Dheisheh, situato in Cisgiordania lungo la strada che da Gerusalemme conduce verso il sud, attivato appositamente dall’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East).
«Sono 44 piccolissime fotografie di terra – racconta Capuano – quindi c’è pochissimo da vedere: sabbia, erba, una strada. Non c’è nulla di riconoscibile; un lavoro, direi, molto silenzioso. E il tentativo era, da un lato, creare vertigine alla vista di questi semplicissimi documenti posti uno dopo l’altro come una lista. Dall’altro, non vedendo il racconto di cosa sono diventati questi villaggi occupati, cercare in qualche modo di negare l’occupazione».

Completano l’esposizione una fotografia, la sola, del campo profughi Dheisheh, «un notturno e due immagini più narrative – continua il fotografo – se vogliamo, più eloquenti, che riguardano un’altra storia, ma che io ho trovato avesse un collegamento con quella dei rifugiati palestinesi. Si tratta di immagini fatte in studio in una scala molto ridotta ma seguendo in maniera minuziosa le istruzioni, del kit di montaggio di rifugi antiaerei molto artigianali, ma industrializzati» che Sir John Anderson, responsabile dal 1938 dell’Air Raid Precautions, inventò e fece produrre in un milione e mezzo di esemplari a basso costo affinché fossero montati nei giardini delle case inglesi a protezione delle incursioni aeree tedesche. Molti di questi rifugi sopravvivono tuttora, adattati a usi diversi – depositi di attrezzi, per esempio.
«Quindi immagini di una cura, di un’attenzione per i civili coinvolti in una guerra che noi in Europa non siamo riusciti lontanamente ad avere nei confronti di un altro popolo. Due atteggiamenti differenti di protezione che ho voluto dichiarare inserendo queste due immagini», sottolinea l’autore.

Le fotografie di Luca Capuano esposte a Spazio Lavì fino al 24 maggio sono state fatte fra il 2018-2019 durante una collaborazione con la Fondazione DAAR (Decolonizing Architecture Art Research), che ha sede a Beit Sahour, Betlemme, all’interno di un progetto d’indagine di quest’ultima sul valore umano, storico e culturale dei campi profughi, per esempio quelli palestinesi. 
«Mi sono occupato della traduzione visiva di questa ricerca, molto grande, che ha visto come provocazione artistica il consegnare un dossier all’Unesco in cui si dichiarava il campo profughi Dheisheh patrimonio dell’umanità. Cercando di assottigliare la separazione tra arte e realtà, la provocazione voleva rendere patrimonio dell’umanità il diritto alla sopravvivenza, ma anche il diritto al ritorno. Quindi patrimonio dell’umanità lo status di rifugiato».

ASCOLTA L’INTERVISTA A LUCA CAPUANO: