L’ultima in ordine di tempo è “Street of Minneapolis”, una classica ballata di Bruce Spingsteen con cui il cantautore racconta la resistenza alla violenza dell’Ice, la polizia anti-migranti foraggiata da Trump. Ma il presente è così denso di ingiustizie da aver dato, dopo lunghi anni di musica disimpegnata, un nuovo impulso alla canzone politica.
Chi credeva che dopo la stagione “No Global”, tra la fine degli anni ’90 e i primi Duemila, la musica impegnata fosse un capitolo definitivamente chiuso, ora dovrà ricredersi. Manu Chao (ancora in attività), i Rage Against the Machine e in Italia i 99 Posse hanno passato il testimone a giovani artisti, mentre resistono vecchie icone che hanno ancora qualcosa da dire.

“Streets of Minneapolis”, Bruce Spingsteen canta la resistenza alle violenze dell’Ice

Pubblicata mercoledì scorso, “Street of Minneapolis” di Bruce Springsteen è, a tutti gli effetti, una “instant song”, anche se il mestiere si fa sentire negli arrangiamenti, nella composizione e nella registrazione.
La canzone descrive proteste e scontri a Minneapolis durante la dura operazione dell’Ice, in cui gli agenti (citati come «l’esercito privato di Trump») hanno usato violenza contro i cittadini. Il brano racconta la morte di due persone, Alex Pretti e Renee Good, e la protesta contro abusi di potere e repressione, accusando le autorità di calpestare diritti e giustificare gli spari. Il testo esprime solidarietà alla città, la resistenza della comunità e il ricordo di chi è morto nelle strade sotto la neve.

ASCOLTA “STREETS OF MINNEAPOLIS” DI BRUCE SPRINGSTEEN:

Icone vecchie e nuove per Gaza: Roger Waters e Macklemore

Il genocidio a Gaza ha ispirato molti artisti, sia a livello internazionale che italiano. Celebre, in Italia, è stata la presa di posizione di Ghali per il popolo palestinese e il brano portato a Sanremo, “Casa mia”, in effetti parla dell’occupazione illegale israeliana. Ma Ghali non è l’unico artista italiano ad esserci cimentato sul tema. A Gaza e alla Palestina sono dedicati anche brani di Dargen D’Amico (“Gaza”), Cosmo (“Brucia tutto”), Inoki (“La pace è la risposta”), Assalti Frontali (“Fanculo ci siamo anche noi”) e altri ancora.

Tornando sullo scenario internazionale, Roger Waters, storico fondatore dei Pink Floyd, non poteva esimersi dal produrre un brano dedicato a Gaza. “Under the rubble” è il titolo della canzone, che significa “sotto le macerie” ed è stata pubblicata a gennaio 2024, pochi mesi dopo l’inizio della rappresaglia israeliana per i fatti del 7 ottobre.
Nonostante i suoi 82 anni, Waters è molto attivo politicamente e interviene spesso su questioni che riguardano i diritti umani, la democrazia e le lotte sociali. Il suo impegno per la Palestina è cosa nota, essendo uno dei testimonial della campagna Bds.

ASCOLTA “UNDER THE RUBBLE”:

“Hind’s Hall” è invece la canzone di protesta del rapper statunitense Macklemore, pubblicata come singolo il 7 maggio 2024. Col brano, l’artista esprime il proprio sostegno alle proteste studentesche filo-palestinesi del 2024, schierandosi per un cessate il fuoco nella guerra di Gaza e chiedendo di disinvestire da Israele.
Il titolo della canzone si riferisce alla “Hamilton Hall” dell’Università Columbia, rinominata appunto Hind’s Hall dagli studenti che l’hanno occupata in memoria di Hind Rajab, bambina palestinese di sei anni uccisa dalle Forze di difesa israeliane a Gaza.

ASCOLTA “HIND’S HALL”:

Neil Young contro la prepotenza di Trump sulla Groenlandia

Sempre tra le icone della musica mondiale c’è chi non ha prodotto nuove canzoni impegnate nel presente, ma ha usato la sua musica comunque per battaglie politiche. È il caso di Neil Young, che non più tardi di tre giorni fa ha deciso di permettere l’ascolto gratuito dei suoi brani ai cittadini della Groenlandia, come gesto di dissenso nei confronti di Donald Trump. «Spero che la mia musica e i miei film musicali possano alleviare parte dello stress e delle minacce ingiustificate che state subendo da parte del nostro governo impopolare e, si spera, temporaneo», ha scritto l’artista sul suo blog.
Non solo: il rocker canadese ha deciso di fare anche un dispetto a Bezos, amico di Trump, togliendo da Amazon le sue produzioni.

ASCOLTA “ROCKIN’ IN A FREE WORLD”:

Anche Philip Glass si è unito alla lunga lista di artisti, musicisti e performer che stanno facendo un passo indietro rispetto a impegni presi con il Trump Kennedy Center: il compositore ha ritirato dal cartellone della National Symphony Orchestra la sua “Sinfonia n. 15: Lincoln”, che avrebbe dovuto eseguirne in prima mondiale il prossimo giugno.
«La sinfonia è un ritratto di Lincoln, e i valori del Kennedy Center oggi sono in diretto conflitto con il messaggio della Sinfonia», ha detto Glass.