Nel nord-est della Siria si sta registrando un attacco finale all’esperienza del Rojava, l’esperimento di confederalismo democratico curdo nato durante la guerra contro lo Stato islamico. Le forze fedeli al presidente siriano Ahmad Sharaa, sostenute da Stati Uniti e Turchia, hanno ripreso senza quasi combattere il controllo dei territori a est dell’Eufrate, centrali per l’equilibrio regionale e ricchi di petrolio, acqua e grano.
L’offensiva, avviata nei giorni scorsi contro le roccaforti curde di Aleppo, si è conclusa con la caduta di Raqqa e Deir ez-Zor, due nodi strategici per il controllo delle risorse energetiche e idriche. E ora si segnalano attacchi alla periferia di Kobane, città simbolo per la resistenza anti-Isis.
La fine del confederalismo democratico del Rojava e l’incertezza sul futuro
Sotto forti pressioni di Washington e dopo aver ottenuto da Damasco il riconoscimento dei diritti civili dei curdi siriani – una concessione che mancava dal 1962 – la fase militare sembrava aver lasciato spazio alla diplomazia. Domenica sera, nella capitale siriana, è stato firmato un accordo definito “storico” da più parti. L’intesa è stata siglata da Ahmad Sharaa, dal comandante delle forze curdo-siriane Mazlum Abdi e dal mediatore statunitense Thomas Barrack, che ha parlato di «un punto di svolta cruciale». L’accordo riguardava l’integrazione della componente curda nell’esercito regolare di Damasco, ma fin da subito sono apparsi problemi per ciò che riguardava la componente femminile, la Ypj, centrale nella politica curda ma difficilmente accettabile in una cultura fortemente patriarcale.
L’accordo era stato accompagnato da una dichiarazione di cessate il fuoco, che però i curdi denunciano essere stato subito violato.
Ai nostri microfoni Giuseppe Acconcia, docente di Geopolitica del Medio Oriente, ha spiegato che l’offensiva verso il Rojava riguarda più fronti, con i cantoni già isolati per impedire la continuità territoriale.
L’obiettivo di Damasco, foraggiato dalla Turchia e con il silenzio assenso degli Stati Uniti e della coalizione internazionale che non ha risposto agli appelli turchi, è quello di prendere il controllo del territorio dove ci sono pozzi petroliferi e riserve di grano.
La preoccupazione maggiore, in questo momento, riguarda le prigioni dove sono reclusi circa 20mila miliziani dell’Isis, che vengono prese d’assedio e che potrebbero tornare in libertà.
In questa chiave, la “lotta al terrorismo”, secondo la narrativa americana, prosegue ma con un nuovo partner locale: non più le milizie curde che liberarono Raqqa e difesero Kobane, bensì le forze governative agli ordini di Sharaa, fino a pochi mesi fa considerato un “terrorista” dal Dipartimento di Stato per i suoi trascorsi qaedisti.
Acconcia ricorda che tutto ciò avviene in un momento particolare per il popolo curdo, con il processo di disarmo e abbandono della lotta armata, che prevede anche lo scioglimento del Pkk, così come richiesto dal leader Abdullah Ocalan. Le forze curde in Siria, però, in questo momento sono sotto attacco e i combattenti curdi di Iraq e Turchia hanno dichiarato di essere pronti ad andare a combattere in Siria.
Date le forze in campo, è difficile immaginare un futuro per il Rojava e il confederalismo democratico.
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