Dall’entrata in vigore del Decreto Caivano, voluto dal governo Meloni, in Italia si è registrato un aumento del 50% della presenza dei giovani nelle carceri minorili. La denuncia arriva dal rapporto di Antigone sulla giustizia minorile in Italia dal quale emerge che «per la prima volta gli istituti di pena per minorenni hanno conosciuto il sovraffollamento». Alla fine del 2022, infatti, negli istituti erano presenti 381 minori, diventati 572 alla fine del 2025.
«Questo decreto ha comportato un cambio anche culturale – ha osservato Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone e responsabile dell’Osservatorio sulla giustizia minorile – perché se prima il sistema aveva residualizzato la detenzione, oggi questa si è espansa».
Durante la presentazione, Marietti ha fatto presente anche che i dati non dicono con certezza che c’è un’emergenza criminalità minorile, mentre sono assai più misurabili i dati che riguardano il disagio, con i minorenni che ricoprono la fetta di popolazione più soggetta a povertà assoluta e altre forma di povertà, e un raddoppio in dieci anni dell’uso di psicofarmaci per i minori.
Ciò dovrebbe indicare che la risposta adeguata alle manifestazioni di disagio debba essere di natura sociale, mentre la destra, almeno pubblicamente, insiste sulla risposta penale.
Nessuna emergenza criminalità minorile: il “panico sociale” serve a aumentare la risposta penale
L’ottavo rapporto dell’Associazione Antigone sulla giustizia minorile è significativamente intitolato “Io non ti credo più”. Il titolo fa riferimento alle speranze che i giovani hanno perso nei confronti degli adulti e delle istituzioni.
Il rapporto nasce dal monitoraggio di tutti gli istituti penali per minorenni del Paese e da una costante raccolta di dati, statistiche e testimonianze. Al centro dell’analisi, l’impatto che l’espansione dell’area penale – a partire dal cosiddetto Decreto Caivano – ha avuto sull’intero sistema della giustizia minorile.
Il messaggio che emerge dal rapporto è netto: non esiste un’emergenza criminalità minorile, ma piuttosto un’estensione della risposta punitiva. «Con onestà intellettuale bisognerebbe dire che non abbiamo un quadro esatto e univoco del fenomeno. Ma men che meno abbiamo un quadro che supporti l’idea di un’emergenza – ha ribadito Marietti – Non stiamo assistendo a un’esplosione della criminalità minorile, ma a un’espansione della reazione penale».
I numeri, secondo Antigone, raccontano una realtà più complessa rispetto alla narrazione dominante. Nel 2024 le segnalazioni di minorenni sono cresciute di quasi il 17%. Tuttavia, l’aumento si riduce al 12% se si considerano le prese in carico effettive da parte dell’autorità giudiziaria e scende ulteriormente al 2% guardando agli ingressi nel sistema della giustizia minorile. Un dato che ridimensiona l’idea di un fenomeno fuori controllo.
Anche il confronto europeo appare significativo: secondo Eurostat, l’Italia registra 363,4 minorenni denunciati ogni centomila abitanti, quasi la metà della media europea, pari a 647,9. «Una parte consistente delle denunce finisce nel nulla. È la paura che cresce, sotto la spinta dell’allarme generato artificiosamente da questo governo», ha sottolineato ancora Marietti, parlando di un vero e proprio “panico morale” costruito attorno agli adolescenti, sempre più percepiti come una minaccia diffusa. Comportamenti che in passato sarebbero stati affrontati in ambito educativo vengono oggi segnalati alle forze dell’ordine, alimentando il circuito penale.
Se non si registra un’esplosione dei reati, cresce però con evidenza l’area della presa in carico. Al 31 dicembre 2025 i minori e giovani adulti seguiti dal sistema erano 17.027, il 25% in più rispetto al 2022. Negli istituti penali per minorenni si è passati da 381 presenze a fine 2022 a 572 a fine 2025. Un incremento che, secondo le curatrici del rapporto, non può essere spiegato soltanto con l’andamento dei reati. «È evidente che a crescere è stata la risposta penale», ha osservato Sofia Antonelli, ricercatrice di Antigone.
Il Decreto Caivano avrebbe segnato una svolta sia simbolica sia sostanziale, ampliando le possibilità di intervento custodiale, irrigidendo le misure cautelari e trasformando strumenti nati come temporanei in percorsi che conducono più facilmente al carcere.
Particolarmente delicata è la situazione dei giovani stranieri, la cui sovra-rappresentazione nei servizi residenziali e negli istituti penali per minorenni segnala, secondo il rapporto, una selezione che colpisce soprattutto chi dispone di minori risorse sociali e familiari.
Non è solo una questione di reato, ma di marginalità. L’indebolimento del sistema di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati avrebbe prodotto un effetto diretto sull’affollamento delle strutture penali, mentre i dati mostrano che, in proporzione, i ragazzi stranieri commettono reati meno gravi rispetto ai coetanei italiani.
Il biennio appena trascorso è stato segnato anche da episodi che hanno acceso i riflettori sulle condizioni di detenzione: dalle presunte torture emerse nell’istituto minorile Beccaria di Milano, oggetto di un procedimento in corso, al suicidio di un giovanissimo detenuto a Treviso, fino alle proteste interne trattate prevalentemente come questioni disciplinari e criminali, più che come segnali di disagio profondo. Eventi che, secondo Antigone, impongono una riflessione sulla direzione intrapresa.
Il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, ha lanciato un appello a «fare un passo indietro» e a recuperare quel modello educativo che in passato aveva suscitato l’interesse europeo, fondato sull’idea di mettere i ragazzi al centro di un percorso di responsabilizzazione e crescita. Un sistema che puntava al recupero e alla costruzione di un futuro possibile, senza rassegnarsi a considerare i giovani come un problema da contenere. Il rapporto di Antigone, al di là dei numeri, invita proprio a questo: distinguere tra percezione e realtà, tra allarme e dati, per evitare che la risposta penale diventi l’unico linguaggio con cui la società sceglie di parlare ai suoi adolescenti.
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