Per chi è nato negli anni Sessanta, Ornella Vanoni c’è sempre stata, era una voce che entrava egocentrica, da qualche radio o da qualche spettacolo televisivo. E dai dischi che ha fatto, sempre di buon livello, un pop sempre elegante. Una voce non ineccepibile ma densa. Una voce che portava con sé qualcosa di nobile e insieme irrequieto, tra l’aulico e lo svogliato. Forse per questo è piaciuta tanto, perché già nel suo timbro abitavano le contraddizioni del vivere.
Resterà. Come una presenza laterale, intermittente e presente. Con la sua voce, una voce che quando interpreta trattiene, sospende, smonta. La sua è un’arte che insegue l’essenziale più che il virtuosismo, che vive di sottrazione, di pause, di millimetrica ironia. Ornella Vanoni ha fatto della fragilità un abito e dell’ambiguità un rifugio: non dice mai tutto, ma fa sentire ciò che non dice.
Rimarrà di lei una certa idea di eleganza accidentale: non costruita, non scolpita, ma lasciata cadere con noncuranza. Rimane quel modo di parlare un po’ sghembo, che sembra una confidenza sussurrata in cucina, più che un’uscita da diva.
E rimane anche una lezione sottile: che l’essere personaggio noto, che vive sotto i riflettori, non deve per forza coincidere con l’esporre una eterna giovinezza, ma può invece diventare la condivisione del proprio tempo interiore. Ornella ha lasciato che la voce invecchiasse, che i silenzi aumentassero, che i sentimenti si facessero più opachi, che i “gobbi” fossero compagni necessari di palco. La gente ha amato, e negli ultimi anni sempre di più, il suo mettere in scena che la vita privata non è quella delle riviste, ma un paesaggio irregolare fatto di debolezze, esitazioni, luce e stanchezza insieme.







