Uscirà in libreria il prossimo 15 maggio, ma non abbiamo resistito a parlarne prima con l’autore, perché per una radio come la nostra il tema è al centro di riflessioni da tempo.
Stiamo parlando del nuovo libro di Alberto Bebo Guidetti, intitolato “Il capitale musicale. Guida all’ascolto della governance algoritmica” (Timeo edizioni), che mette nero su bianco le profonde trasformazioni che la musica sta subendo – o forse sarebbe meglio dire: ha già subito – ai tempi delle piattaforme di streaming.

“Il capitale musicale”, il nuovo libro di Alberto Bebo Guidetti

Musicista de Lo Stato Sociale, radiofonico, podcaster, autore di libri, riviste, newsletter, spettacoli teatrali, Bebo è uno che pensa e analizza molto e su molti temi del presente, soprattutto di politica e produzione culturale. E delle relazioni nascoste tra i due campi.
Ne “Il capitale musicale” si concentra proprio su questo rapporto, in particolare per ciò che riguarda la produzione musicale.
E a chi pensa che la politica con produzione musicale non c’entri nulla, basta ricordare le polemiche sorte alla notizia degli investimenti in droni e tecnologie belliche del fondatore di Spotify Daniel Ek.

In questa chiave, occorre constatare che la musica non è più solo intrattenimento, ma il laboratorio dove si sperimenta il nostro futuro digitale. E se l’industria musicale ha sempre anticipato i traumi tecnologici della società, oggi questa evoluzione ha raggiunto un punto di non ritorno: il dominio dell’algoritmo.
Già oggi l’algoritmo non domina solo la musica: ne sanno qualcosa i rider delle piattaforme di delivery i cui padroni si nascondono dietro la forma apparentemente neutra del digitale.
Ma se le battaglie dei ciclofattorini ci hanno permesso di conoscere le loro condizioni di lavoro, non altrettanto sappiamo di quanto gli algoritmi abbiano influenzato e modificato il lavoro di musicisti e artisti.

L’algoritmo delle piattaforme di ascolto in streaming, in particolare, ha portato a una sorta di mutazione genetica del musicista, ormai declassato a content creator. La creatività non è più il fine, ma il mezzo per alimentare l’engagement. In questo scenario, la musica si trasforma in «carta da parati emotiva»: un sottofondo innocuo progettato per non disturbare, impostato su regole algoritmiche che premiano il conformismo a discapito della novità culturale.
Allora viene da dire: non era solo una sensazione nostra! Non erano solo discorsi da vecchi quelli che facevamo attorno alla musica contemporanea che sembra tutta uguale e di scarsa qualità!

Bebo ai nostri microfoni ci ricorda che un po’ vecchi siamo, ma svela anche due o tre regole che gli algoritmi impongono per un brano che possa avere successo su Spotify o simili. Ad esempio un attacco delle canzoni che contenga già quello che una volta era il ritornello, oppure il cantato terzinato su una base in quattro quarti.
Regole che, certo, si possono anche disattendere. Ma il prezzo da pagare è quello della penalizzazione. Un po’ come i post sui social che contengono link esterni o che parlano male di Israele.

Nella chiacchierata che abbiamo fatto con l’autore, ci siamo anche concentrati sul tema del possesso. L’attuale generazione è la prima dell’era moderna a non possedere più la musica in termini di oggetto fisico. Le piattaforme, in particolare, ci sottraggono l’oggetto musicale (che sia il vinile, il cd, ma anche il file mp3).
Più spazio in casa per mettere una pianta in vaso? Non proprio, perché se domani quelle piattaforme decidono di eliminare intere produzioni musicali, noi veniamo privati della colonna sonora della nostra vita. E non possiamo nemmeno incazzarci, perché noi abbiamo pagato un abbonamento semplicemente per ascoltare sul momento, non per possedere.

Questa forma di potere non è l’unica nelle mani delle piattaforme. I nostri gusti e ascolti, infatti, vengono profilati e poi venduti a società che ci propinano pubblicità.
Ma se fino a questo punto non possiamo più dire di non saperlo, ciò che molti non sanno è che il concetto della predittività algoritmica determina già il dynamic pricing per un concerto. Se accettiamo ciò, la domanda di Bebo Guidetti è cosa accadrà quando lo stesso modello sarà esteso a ogni bene di consumo?

Nella copertina del libro c’è anche una provocazione che ci fa riflettere sempre sul tema della tecnologia. L’opera, infatti, è stata fatta leggere e recensire da molte intelligenze artificiali. E le brevi recensioni sono sempre entusiastiche e positive, perché l’AI è addestrata per compiacere chi la interroga.

Ne “Il capitale musicale”, però, l’autore non si limita a denunciare le storture e gli scenari distopici. Bebo prova infatti anche a individuare le possibili soluzioni, o comunque esperienze che escono dallo schema di Spotify e simili.
Uno su tutti è Bootcamp, ma più in generale l’alternativa è il “ritorno” alla forma cooperativa, sia tra chi la musica l’ascolta e chi la produce, ma soprattutto sulla “proprietà dei mezzi di produzione”, per dirla alla marxiana, o sarebbe meglio dire dei mezzi di distribuzione.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ALBERTO BEBO GUIDETTI: