Con un’affluenza record che ha sfiorato l’80%, l’Ungheria ha messo fine all’era di Viktor Orban. Alle elezioni, infatti, ha trionfato il suo rivale, Péter Magyar, che con il 53,6% delle preferenze si è anche aggiudicato i due terzi dei seggi nel parlamento.
Ex delfino di Orban, Magyar non rappresenta ideologicamente una svolta politica in Ungheria. La rottura su alcuni temi centrali, ad esempio l’orientamento in politica estera, da sola non basta per «tornare normali», come lo stesso vincitore ha promesso.
Sono almeno sette i banchi di prova su cui Magyar dovrà misurarsi, tanti quanti i campi in cui, in 16 anni, Orban è intervenuto modificando profondamente l’assetto istituzionale e le politiche magiare, fino a far considerare il Paese una spina nel fianco dell’Unione europea.
Su alcuni di questi – il più “famoso” è quello dell’immigrazione – il vincitore ha già detto di non voler cambiare linea. Ma passando in rassegna tutte le politiche controverse del predecessore, restano molti fronti su cui si potrà valutare il reale cambiamento in Ungheria.
I sette punti per valutare l’effettiva svolta di Magyar
Il primo punto riguarda senza dubbio l’assetto istituzionale. Orban ha modificato profondamente la costituzione ungherese (la “Legge Fondamentale”), consolidando il potere del suo partito, Fidesz, indebolendo la Corte Costituzionale e riducendo i controlli giudiziari sul governo.
Con il controllo assoluto del parlamento, Magyar ha il potere di ripristinare un assetto più democratico o, al contrario, di renderlo ancora più autoritario.
La libertà di stampa è un altro punto critico. Il governo Fidesz ha centralizzato il controllo dei media attraverso la Fondazione per la Stampa e i Media dell’Europa Centrale (KESMA), che controlla centinaia di organi di informazione locali e nazionali. I media indipendenti sono stati marginalizzati, privati di fondi pubblici o costretti alla chiusura, come nel caso di Club Radio.
Allo stesso modo, la tutela delle minoranze e i diritti civili rappresentano un vulnus nell’Ungheria di Orban. Nel Paese, infatti, è in vigore una legislazione che vieta la “rappresentazione” dell’omosessualità o del cambio di sesso ai minori di 18 anni, spesso equiparandola alla pedofilia. Le manifestazioni del Pride, inoltre, sono state spesso ostacolate.
Come già detto, il tema su cui l’Ungheria ha fatto più parlare di sè è quello delle migrazioni. Orban ha costruito recinzioni alle frontiere per fermare i migranti e ha adottato una retorica nazionalista e anti-immigrazione molto dura, spesso basata sulla protezione della “purezza etnica” ungherese.
Nemmeno l’istruzione è stata risparmiata. Orban ha imposto una radicale riforma delle università, privatizzandole e ponendo nei consigli di amministrazione figure vicine al governo, limitando di fatto l’autonomia accademica. Un caso emblematico è stato quello della Central European University (CEU), costretta a trasferirsi a Vienna.
Il vero fronte di discontinuità tra Orban e Magyar sembra essere quello della politica estera. Nonostante sia membro di Ue e Nato, il Paese, sotto la guida di Orban, ha mantenuto stretti legami con Vladimir Putin, opponendosi frequentemente alle sanzioni europee contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina e ostacolando gli aiuti finanziari a Kiev.
Infine la corruzione. L’Ungheria è sotto inchiesta da parte dell’Unione Europea per corruzione diffusa e mancanza di trasparenza nell’assegnazione degli appalti pubblici, che spesso favoriscono persone vicine al partito di governo.







