Ritornano a Bologna, all’Arena del Sole, i Motus, portando questa volta i due capitoli del progetto dedicato al romanzo di Mary Shelley che proprio all’Arena aveva debuttato nel 2023 con la prima parte “Frankenstein (a love story)”. Dopo grandi successi di pubblico nelle precedenti tappe della tournée e dopo aver ricevuto il Premio Speciale UBU 2025, I Motus celebrano in città il loro percorso artistico e civile con il più ampio progetto Il mostro che mi abita, tra cinema, teatro e formazione coinvolgendo, oltre a ERT, il MAMbo, il Museo Morandi e la Cineteca.
Le motivazioni del Premio Speciale UBU a Motus recitano “Per la capacità di trasformare la propria storia in archivio vivente in grado di rigenerarsi e generare nuovi percorsi, per Supernova, per l’opera di sistematizzazione della loro presenza e per le aperture verso il futuro.” Negli anni abbiamo partecipato da spettatori e spettatrici a queste molteplici trasformazioni della compagnia che ha sempre sorpreso il pubblico che si attendeva spettacoli simili ai precedenti ed è stato spiazzato. I cambiamenti sono poco rassicuranti, come i mostri che ci abitano e quelli che si aggirano come spettri per l’Europa, giusto per citare una delle battute dello spettacolo, a sua volta alta citazione dei mostri che si aggiravano contemporaneamente alla scrittura del romanzo di Mary Shelley nell’estate piovosa del 1816 con una crisi climatica ed alimentare in corso, lotte operaie e contadine a determinare un’instabilità generale del continente.
Tornando alle trasformazioni artistiche, poetiche, tecniche dei Motus che li hanno portati ad avere questo grande riconoscimento, aggiungo che non è semplice sedersi in sala e vedere tradite le proprie aspettative, o vederle confermate solo in parte: il percorso emotivo del pubblico può somigliare a quello di chi si trova davanti a una creatura o a un corpo non conforme ai canoni, a qualcosa che può essere identificato come un mostro, comunque non rispondente al conosciuto.
Frankenstein (a love story), prima parte del dittico, lavora sulla nascita del romanzo e della creatura come corpo tra umano e non umano, ibrido, desideroso di relazionarsi con altri che possa riconoscere come simili, alla ricerca di conferme, affetti, tra desiderio di vita, di bellezza e costante presenza del dolore in tutti i soggetti coinvolti.
Mary Shelley, interpretata in scena da Alexia Sarantopoulo, com’è noto, cerca di scrivere una storia di fantasmi in quella estate di continua pioggia e noia sul lago di Ginevra raccogliendo la sfida lanciatale da Lord Byron. Sarantopoulo entra in impermeabile trasparente, poi si spoglia completamente non sopportando i vestiti umidi addosso. La pioggia scroscia dietro teloni di plastica mentre il teatro e la platea sono invasi da fumo che rimanda a una torrida giornata e alla confusione mentale della creazione. La mostruosa creatura che nasce viene porta a in scena da Silvia Calderoni con la maschera del celebre film Frankenstein interpretato da Boris Karloff, camminando come farebbe chiunque imiti il celebre mostro. Mary cullerà più tardi quella maschera come emblema della sia creatura neonata e bisognosa di essere allattata, curata. Calderoni alterna il suo impersonare la creatura e il creatore, ossia Victor, colui che, lavorando su pezzi di cadaveri riesce a infondere la vita accendendo la scintilla nell’occhio prima inerte. L’occhio proiettato sullo schermo sul fondale si accende di vita. Si mette in luce come tutto ciò che la mente dello scienziato immagina e persegue con infiniti tentativi può poi trasformarsi in qualcosa che fa orrore. Qui la compagnia affronta il tema della produzione di organismi superando l’idea della nascita e quindi della possibilità di creare muscoli o qualunque altra cosa arrivando a esseri viventi non umani. Arriva in scena un ragno radiocomandato con cui il mostro danza e Mary pensa, echeggiando le parole di Philip K. Dick da Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, cosa potrebbe sognare un ragno cyborg.
La creatura prima muta e solo danzante, in una seconda fase viene impersonata da Enrico Casagrande che porta in scena il tema del corpo anziano come corpo non conforme, che può suscitare orrore, repulsione sulla scena come nella società. La creatura per come la conosciamo, non ha il linguaggio, si esprime con suoni inarticolati, eppure qui sulla scena ne sentiamo i pensieri che escono prima da sotto la maschera e poi scopertamente, che prendono la forma della calda e meravigliosa voce di Casagrande. La voce esprime concetti poetici, porta lo sguardo all’amore per la natura, per il canto degli uccelli e desidera spasmodicamente ricevere amore e per questo prova dolore. Mary si chiede in che parte del corpo senta dolore un corpo assemblato e che forma assuma la memoria per un corpo non pienamente umano. Mentre ci preoccupiamo delle possibilità di provare emozioni per le creature che produciamo come l’intelligenza artificiale al centro del dibattito odierno, il romanzo di Shelley, e i Motus con esso ci ricordano, con un titolo estratto dal romanzo, proiettato sull fondale, che la nostra specie è cannibale e si è mangiata tutte le altre mentre la creatura non intende mangiare altre creature, non vuole uccidere, vuole riprodursi e fatica a trovare suoi simili con cui realizzare il desiderio. Anche quando incontra altri mostri, tutti con la stessa maschera, pur riconoscendoli simili, sembra che non si crei possibilità di comunicazione e rimane aperto l’interrogativo di Shelley se la creatura riuscirà da sola a riprodursi. Intanto appare lo spettro di un mondo senza umani votato all’autodistruzione in cui l’odio prevale, un odio che promana da ciascun essere contro se stesso e i simili.
Nell’intervallo, durante il cambio scena, sullo schermo appaiono immagini di Mary che cammina lungo scogliere deserte, inquieta, cercando la creatura come di lì a poco farà Victor inseguendo il mostro tra i ghiacci del Polo Nord in una caccia di cui non si capirà più chi è il soggetto cacciato e chi il cacciatore e di cui resterà vittima, esangue nell’acqua.
La seconda parte del dittico si apre con immagini di acqua e di Victor che insegue la creatura e della creatura che arranca tra le rocce in mezzo all’acqua e la scritta “Nuoterò per l’eternità. Morirò per l’eternità”.
In questa caccia e fuga emerge ll tema della rabbia da cui si genera odio. Il mostro che prende forma ha tanti volti, quelli di ogni soggetto che arriva a maturare rabbia e odio verso qualcosa o qualcuno perchè a propria volta odiato e perseguitato da altri per il proprio aspetto, le proprie scelte, il proprio modo di essere e di vivere. Appaiono diversi soggetti: un ragazzo di colore (Tomiwa Samson Segun Aina) che davanti a una telecamera legge una lettera e le cui immagini vengono poi proiettate su diversi schermi, di varie forme e dimensioni, sul palco. La lettera e le successive che si ascoltano, sono quelle che il capitano Robert Walton scrive alla sorella Margaret dopo aver trovato in fin di vita il dottor Frankenstein in mezzo ai ghiacci dell’Artide e dopo aver visto il mostro; un giovane asiatico (Yuan Hu) dai lunghi capelli e tratti e movenze femminili che capiamo poi essere interprete della sorella di Robert Walton.
Asistiamo a scene in video che si ripropongono anche in scena realizzate dagli attori stessi che le hanno realizzate su una spiaggia ghiaiosa o in mezzo alle rocce. I video ripresi in esterno vengono proiettati principalmente sul fondale e vengono poi affiancati da altri video su schermi più piccoli che riprendono le azioni sceniche degli interpreti sul palco con inquadrature molto strette su particolari. A volte si mescolano sui piccoli schermi le immagini del video in esterna e quelli in presa diretta creando interessanti sovrappposizioni e stratificazioni di significati e suggestioni.
A emergere è in ogni scena la situazione difficile di ogni essere umano destinato ad essere inseguito o perseguitato o ossessionato da se stesso e da altri per le proprie caratteristiche di difformità da qualche regola, da qualche standard ed è al contempo cacciatore o odiatore di altri per la rabbia maturata in lunghi lassi di tempo per la propria condizione che portano il soggetto a produrre dolore ad altri o a desiderare di farlo.
Ed ecco che si impone la mostruosità dell’odio che le persone possono sentire in sé, maturare, covare lungamente fino a vederlo esplodere, incendiarsi ad un certo punto. [ÒDIO] è anche il titolo del film/documentario di Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, realizzato come indagine tra giovani di diverse nazionalità e background culturali proiettato in questi giorni alla Cineteca di Bologna all’interno del “pacchetto” di iniziative dedicate ai MOTUS che oggi ha previsto anche un workshop per l’infanzia I AM ALIVE al Dipartimento educativo MAMbo | Museo Morandi.
Oggetto dell’odio sono i corpi ibridi perchè portano ad esempio elementi di generi che abbiamo sempre considerato dovessero essere ben distinti ed ecco lo spaesamento di fronte ai tratti maschili e insieme femminili di Yuan Hu dalla meravigliosa voce che associamo al maschile e la gestualità e la capigliatura che associamo al femminile o al corpo di Silvia Calderoni che vediamo interpretare Victor. Sono oggetto d’odio ogni giorno sul web tutti i tipi di corpi non conformi e i corpi delle donne perchè grassi, o considerati brutti, o troppo magri o sempre e comunque considerati sbagliati o troppo vestiti o troppo spogliati. Sono oggetto d’odio anche gli anziani e i loro corpi, così in scena veniamo destabilizzati dalla nudità iniziale ed integrale della giovane Sarantopoulo e poi da quella del più anziano Casagrande con le rughe e la pelle cadente di un uomo di una certa età. Mostri Sono oggetto d’odio i migranti, gli stranieri, i trans, i disabili, tutti coloro che si possono definire altro da un noi, da un’appartenenza, da un’identità, da una presunta normalità. In scena vediamo esempi di tutti i soggetti odiati, variamente additati come mostri e le frasi del testo e i gesti scenici ci ricordano come ciascuno appare per l’altro una creatura misteriosa, incomprensibile da decifrare e ogni corpo, sia il proprio, che dell’altro, è al pari enigma da comprendere. Eppure, come osserviamo nella performance, lasciamo segnali sui muri, per essere trovati e per farci comprendere, tatuiamo i nostri corpi per dire chi siamo, tutti questi segnali all’altrui sguardo appaiono come imbrattamenti, inchiostro sparso, non riusciamo a comprenderci e a trovarci e a farci amare o ad amarci.
Si succedono, in video, in audio e in scena, durante questo secondo capitolo, molti momenti della caccia infinita di Victor che cerca la sua creatura e della fuga del mostro che ritrova infine il suo creatore morto a cui rende onore con rituali funebri che tolgono alla creatura la sua disumanità per un momento. Il dolore provato è tale però da far deflagrare la potenza dell’odio accumulato verso una società che lo ha da sempre rifiutato provocando un grande incendio e una furia distruttiva. La creatura distrugge ogni cosa certa di non poter morire perchè non ha vissuto.
Il doppio spettacolo è stato molto applaudito dall’uditorio, sono serpeggiate tuttavia molte perplessità da parte di singoli spettatori e spettatrici ascoltati nel deflusso dal teatro, delusi rispetto ad altissime aspettative. Nulla è mai totalmente nuovo, tutto in teatro è già stato fatto nella commistione di video, audio, mescolanze di generi, presentazioni di ogni tipo di corpi e di istanze politiche. Certo i due capitoli presentati sono molto diversi tra loro e il secondo crea sicuramente meno empatia, suscita meno emozione della prima parte perchè intanto lavora sul tema dell’odio e poi perchè la parte video, qui preponderante, allontana, crea distanza, rispetto alla recitazione e alla narrazione della prima parte del dittico. Non si può negare l’interesse che questo progetto Motus suscita e non si può non solidarizzare rispetto all’istanza politica che porta soprattutto nel finale e con le citazioni dal film [ODIO] in cui si individuano con chiarezza i soggetti verso i quali la rabbia socialmente potrebbe essere probabilmente a ragione indirizzata: ovvero verso i potenti della terra che stanno trascinando tutto il mondo nel caos di una guerra sempre più globale per motivi economici e spartizione di potere confermando quanto anche la creatura scopre ovvero di non valere nulla perchè priva di ingenti ricchezze in un mondo in cui solo chi ha denaro ha visibilità e possibilità di emergere. Seduti in poltrona mentre tutto brucia e mentre la creatura tutto distrugge ed elicotteri da guerra si innalzano pronti a riportare “ordine” probabilmente preparando l’eliiminazione della creatura ribelle, ci domandiamo che senso abbia anche la nostra rabbia, anche quella verso quei potenti menzionati nel film e che senso avrebbe scatenare altra distruzione oltre a quella che vediamo attorno a noi.
La bandiera palestinese “sventola” nel video durante gli applausi e la compagnia solidarizza con tutte le manifestazioni in corso in città contro il governo Meloni e invita a Roma alla manifestazione del 28 marzo.







