“Il dolore che c’è nel mondo fa male, ma vederlo a teatro fa bene” afferma Emma Dante, regista di Extra moenia in scena all’Arena del Sole di Bologna. Lo spettacolo raccoglie scene frutto di improvvisazioni della compagnia Sud Costa Occidentale montate sapientemente a raccontare il nostro presente in modo ironico, visionario, gioioso e a tratti anche spietato. Momenti di vita di una comunità che si sveglia, lavora, cammina, gioca, ama, ma in cui c’è anche la guerra, la violenza, stupri, c’è il disastro ambientale, le migrazioni. Fuori dalle mura della propria abitazione le persone indossano maschere e abiti come rammendi alle ferite interiori e insieme vivono momenti gioiosi e tragedie collettive nel naufragio della società contemporanea sconvolto da atrocità.

Lo spettacolo inizia con attori e atrici schierati in proscenio nel buio si sentono fischi, litanie di preghiere, russamenti. Sale la luce e li vediamo in pigiama, ognuno come per sé nel proprio letto e si sente un mormorio di “Bella ciao”. Poi al via tutti si ritrovano con la propria “divisa” da lavoro: c’è una famiglia testimone di Geova che va ad annunciare porta a porta la fine del mondo, un generale, un ferroviere che fa gli annunci anche nel linguaggio dei segni, un profugo congolese costretto a combattere, un’ucraina scappata dai bombardamenti, un’anziana casalinga, una che cerca casa, calciatori e innamorati.

Il teatro si fa danza, tutto è molto gioioso e poi talora improvvisamente cupo, la folla cammina nel traffico, si muove nella città indaffarata, affronta il freddo intenso, il caldo, le più diverse situazioni del quotidiano nelle nostre città, ma vediamo al contempo nell’agire della compagnia movimenti che ci riportano a epocali spostamenti di popoli a piedi lungo strade impervie, a esodi da città in fiamme che rieccheggiano nella nostra mente guardando gli atteggiamenti corporei di attori e attrici anche se il palcoscenico è vuoto. Non servono immagini a evocare quello che non si vede, perchè lo riconosciamo pensando a ciò che appare ogni giorno sui nostri schermi.

La guerra e l’amore, due temi centrali della performance. A più riprese durante lo spettacolo compaiono due giovani che si vogliono sposare, sono già in abiti eleganti pronti per il grande sì. Ma risuonano parole tristemente consuete: “sei bella” dice lui, “no sono intelligente” ribatte lei, “mi piace quando cucini” commenta lui, “questo non mi piace” dice lei. C’è la paura che amarsi porti a essere intrappolate in relazioni che diventano violente, di diventare bambole, solo oggetti del desiderio maschile. Anche di fronte all’altare è questo che lei chiede di giurare: che mai le userà violenza. E abbiamo tutte il cuore in gola, perchè sappiamo quanti uomini lo hanno giurato e poi sono diventati i loro carnefici. E poi c’è la figura del generale che propone la retorica bellica, la bellezza della disciplina militare e della distruzione come igiene del mondo, selezione naturale. Fa da contraltare all’invicazione del diritto della forza la donna ucraina che le bombe le ha viste sulla sua città e testimonia che non c’è alcuna bellezza nel vedere crollare il proprio mondo. La studentessa iraniana poi si spoglia facendo del suo corpo un corpo pubblico e politico nel nome della libertà. Il giovane congolese in una scena indossa una testa equina, frustato da uomini invasati a raccontare la disumanizzazione del prigioniero, di chi è comandato e non può decidere della propria vita.

Vediamo in una scena tutti i personaggi con dei fagotti e immaginiamo esodi da città bombardate con poche masserizie. I fagotti però si trasformano in merci da mercato, in una gioiosa scena vitale in cui scendono dall’alto abiti di tutte le fogge, costumi teatrali anche carnevaleschi. Le donne si mascherano e si fanno clown e ballano e ridono fino a quando non arrivano uomini in divisa a incutere terrore, a mandarle via e a braccarle. Assistiamo a uno stupro di guerra autorizzato dalle alte gerarchie. La donna passata a turno da tutto il battaglione resta svuotata al cento della scena con l’abito strappato. La vita ricomincia a scorrere, i due giovani si devono sposare, sono tutte invitate alla cerimonia e qui le donne si fanno abili rammendatrici dell’anima della sorella violata fino a rimetterle la maschera del decoro per la festa dell’amore, anche se il dubbio che possa trasformarsi un giorno in nuova violeza continua ad aleggiare sui sì e sui baci scambiati.

Tra i momenti più intensi dello spettacolo quello ritratto nella foto di questo articolo, che potremmo intitolare “divieti”. La scena, ispirata forse a opere d’arte contemporanee in cui intre pareti museali sono ricoperte di cartelli di divieti, spesso con riferimenti espliciti a divieti imposti soprattutto a donne in paesi arabi come quello di guidare, rende evidente come nel nostro presente più aneliamo alla libertà, a conquistare diritti civili e più ci troviamo bloccati da divieti. Tra questi alcuni poco lesivi, come un divieto di sosta, altri invece capaci di stravolgere le esistenze quando vengono imposti come il divieto di abortire, il divieto di gestazione per altri -dichiarato reato universale, il divieto di baciare persone dello stesso sesso, tra quelli citati dagli e dalle artiste in scena.

Personaggi e personagge vengono travolte dalla guerra, qui presentata come lancio violento di “innoque” bottiglie di plastica. Anche se il palcoscenico viene ricoperto soltanto di luccicanti e colorati oggetti riusciamo a vedere nella mente corpi dilaniati, distese di residui bellici, di scorie pericolose e l’oceano ricoperto di plastica alla deriva. Nuotano uomini e donne in costume da bagno in un mare di immondizia, viaggiano attraversando confini alla ricerca di una vita migliore rischiando di affondare con il miraggio della vita in europa e in questo viaggio troppi si perdono e cala il silenzio sulla scena a ricordarci che tutto quello che abbiamo appena visto è la versione teatrale e fantasmagorica di una realtà ben più spaventosa. Gradarci dentro fa male, ma forse può aiutarci a trovare qualche risorsa interna per reagire.

Da non perdere. Ultima replica Bologna domenica 12 ore 16 o in altre piazze seguendo la tournée di Extra moenia.

Spettacolo di Emma Dante con Verdy Antsiou, Roberto Burgio, Italia Carroccio, Adriano Di Carlo, Angelica Di Pace, Silvia Giuffrè, Gabriele Greco, Francesca Laviosa, David Leone, Alis Bianca, Giuditta Perriera, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino.

Luci Luigi Biondi

Assistente ai movimenti Davide Celona

Assistente di produzione Daniela Gusmano

Coordinamento dei servizi tecnici Giuseppe Baiamonte

Capo reparto fonica Giuseppe Alterno

Elettricista Marco Santoro

Macchinista Giuseppe Macaluso

Sarta Mariella Gerbino

Amministratore di compagnia Andrea Sofia

Produzione Teatro Biondo Palermo -in coproduzione con Atto Unico – Carnezzeria – in collaborazione con Sud Costa Occidentale

coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma