Gli Stati Uniti tentano di rovesciare il governo castrista da oltre sessant’anni. Dallo sbarco fallito alla Baia dei Porci nel 1961 all’embargo economico imposto nel 1960 e mai realmente revocato – salvo il breve disgelo sotto Barack Obama – l’isola è rimasta al centro della strategia americana nei Caraibi. Oggi, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la pressione su L’Avana ha raggiunto un livello che molti osservatori definiscono senza precedenti.
Dopo l’intervento a Caracas e la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro a inizio gennaio, l’amministrazione statunitense ha rivolto la propria attenzione a Cuba. In prima linea c’è il segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani a Miami, deciso a imprimere una svolta alla storica contrapposizione con il governo castrista.

La crisi a Cuba, le ragioni storiche e lo zampino di Trump

La leva scelta è quella energetica. Washington ha imposto un blocco quasi totale delle importazioni di petrolio verso l’isola, minacciando dazi contro i paesi fornitori. Il Venezuela, fino a poche settimane fa principale partner energetico di Cuba con spedizioni comprese tra 20mila e 70mila barili al giorno, ha interrotto del tutto i flussi. Anche il Messico, che garantiva circa 20mila barili quotidiani, ha sospeso le forniture dopo le pressioni americane, limitandosi a inviare aiuti umanitari.
Il risultato è un collasso progressivo. Cuba produce solo il 40 per cento del petrolio che consuma, peraltro destinato quasi interamente alla generazione elettrica. Il carburante per i trasporti deve essere importato. Senza rifornimenti, i blackout colpiscono ormai fino a due terzi delle utenze, le misure di risparmio energetico si moltiplicano e perfino i voli internazionali sono a rischio: diverse compagnie canadesi e russe hanno sospeso le operazioni, mentre altre sono costrette a fare scalo altrove per rifornirsi.

La crisi energetica si innesta su una situazione economica già drammatica. Da cinque anni l’isola è attraversata da una recessione profonda che ha spinto tra i due e i tre milioni di cubani a emigrare. Il turismo, una delle principali fonti di valuta pregiata, è in forte contrazione. Cuba importa tra il 30 e il 40 per cento del cibo che consuma, con picchi dell’80 per cento per alcuni prodotti: la carenza di carburante compromette anche la distribuzione interna di alimenti e beni essenziali.
Non è la prima volta che L’Avana affronta una crisi di questa portata. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, il pil cubano precipitò del 35% in tre anni e le importazioni di petrolio si ridussero del 90%. Ma oggi, osservano molti analisti, la rete di alleanze che allora contribuì lentamente alla ripresa appare sfaldata. Russia, Cina, Venezuela, Nicaragua e Guatemala non sembrano in grado – o non intendono – opporsi concretamente alle pressioni di Washington.

«Secondo alcuni la crisi attuale è la prosecuzione del “periodo especial” in seguito al crollo dell’Unione Sovietica», osserva ai nostri microfoni il giornalista Andrea Cegna, recentemente rientrato proprio da Cuba. In particolare, oggi i cubani pagano l’incapacità di diversi decenni di costruire un’autonomia, che fosse alimentare o energetica. «Ad esempio dall’embargo ad oggi non è stato creato un sistema alternativo per la produzione di energia – sottolinea il giornalista – e la dipendenza dal petrolio anche per la produzione elettrica aggrava la situazione».
Accanto al blocco del petrolio e alle conseguenze che esso produce, però, gli Stati Uniti stanno mettendo in campo un’arma psicologica, che è quella della propaganda. «Non è vero che i voli a Cuba sono bloccati – sottolinea Cegna – semplicemente fanno uno scalo intermedio». Ciò, però, potrebbe avere un impatto sulle scelte dei turisti, andando a compromettere l’ultimo settore economico rimasto.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ANDREA CEGNA: