Nella puntata di venerdì 22 maggio è tornato a trovarci in diretta il pittore Flavio De Marco, già nostro ospite lo scorso 6 febbraio, quando ha presentato la sua mostra personale Screen Life, progetto espositivo ideato appositamente per gli spazi di Villa delle Rose a Bologna. Il piacere di tornare a dialogare con un artista ironico e stimolante come De Marco è stato possibile perché il pittore ha fatto tappa a Bologna per presentare il suo nuovo libro, pubblicato come i precedenti da Quodlibet, PIN, Pittura Italiana del Novecento.
PIN è un racconto della pittura del Novecento attraverso cento dipinti di autori italiani. La scelta degli autori e lo stesso titolo del libro riflettono la ricerca artistica di De Marco, dedicata al passaggio dalla vita analogica a quella digitale.
“Inizialmente mi ha mosso il fatto che io stesso, come artista, avendo avuto una piccola crisi rispetto a che cosa fare, dovessi ri-orientarmi. Quindi è un progetto su cui ho iniziato a lavorare per me stesso, per la mia ricerca artistica. Poi, mentre lavoravo per trovare degli aspetti linguistici che mi interessavano, delle risoluzioni formali che mi potevano essere utili per andare avanti nel mio lavoro, mi sono reso conto che stavo costruendo un montaggio di immagini e che c’è una miniera di artisti dimenticati e di espressioni artistiche che sono state poco considerate dalla storia dell’arte, forse perché non erano state di rottura. Su questa riflessione mi si è accesa una lampadina, nel senso che ho pensato “Ma la storia dell’arte considera opere solo le novità, ciò che si oppone a quanto è venuto prima”; invece, ci sono espressioni artistiche che non stanno in questo gioco dialettico storico, e aprono altre prospettive; forme artistiche che probabilmente sul momento non erano considerate così urgenti, ma che poi riescono a parlare anche settant’ anni dopo”.
A partire da questa considerazione, De Marco ha incluso nel suo libro molte opere di artisti non noti.
“Una biografia è fatta di grande storia e di piccola storia, intesa come storia quotidiana. Ci sono i quadri che vedi nella casa di tuo zio e ci sono quelli che vedi nei grandi musei. Quindi, a fianco di Morandi, De Pisis, Boccioni, tutte figure che conosciamo, ci sono una serie di figure che per me non sono assolutamente minori, anzi sono allo stesso livello, come potrebbero essere Spadari e Baratella, per citare alcuni della pop degli anni 60 molto più impegnati politicamente, di area milanese; oppure ricerche artistiche indefinibili come quelle di Giannetto Fieschi: un pittore che ha fatto una Via Crucis in cui non si vede neanche una figura. Un visionario totale, che ti invita a guardare oltre rispetto al tema che tratta: il titolo è Via Crucis, però poi sta a noi osservatori capire cosa può sottendere”.
L’opera creata dall’artista richiede tempo non solo nel suo processo di realizzazione ma, secondo De Marco, anche nella sua fruizione da parte del pubblico.
“Tutti si aspettano che le immagini siano delle risposte, delle cose da decifrare. In realtà, secondo me, le immagini vere, quelle che hanno una loro profondità, quelle che vanno lette per lungo tempo, sono proprio dei punti interrogativi, delle domande aperte; quindi, il fruitore va lì aspettandosi una risposta e si trova qualcosa che invece gli resiste. E che si lascia guardare. Qualcosa su cui è costretto a ritornare più volte, altrimenti non si spiega perché la gente va a rivedere dei dipinti che già conosce: che cosa va a vedere se ha già capito di che cosa si tratta? Quindi, secondo me, determinate immagini – che non sono le immagini di propaganda, di consumo della pubblicità che hanno un messaggio ben diretto che deve essere capito in un tempo esatto – ma le immagini che parlano di qualcos’altro, sono immagini di resistenza, sono immagini che in realtà si dilatano, che allungano l’esperienza nel tempo, come se non si volessero lasciare decifrare ma volessero lasciare aperta questa domanda sulla natura della loro forma”.
Prezioso allora è preparare lo sguardo all’osservazione approfondita dell’opera d’arte; e infatti questo è lo scopo principale del corso di Pittura contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Urbino tenuto da Flavio De Marco. “L’insegnamento si basa sull’ educazione allo sguardo, su come si guardano le immagini e qual è il loro significato ultimo. Discutiamo dell’oggetto che guardiamo perché partiamo dall’assunto che non c’è un solo modo di fare le cose, non ci sono regole; perciò, ogni volta che osserviamo, per esempio, un quadro, cerchiamo di capire quale nuova modalità è stata utilizzata e come è stata fatta”.
Dopo l’estate sono previsti altri appuntamenti di presentazione del libro: al Museo del Novecento di Milano, durante la rassegna Book City, e alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. “In genere presento il libro dove ci sono i quadri oppure nelle accademie, perché è un libro dedicato agli studenti e a tutti quelli che vorrebbero essere studenti e approcciarsi alla pittura in una maniera semplice e con un linguaggio semplice”.
ALTRE NOTIZIE CULTURALI
“Scrivere usando l’essenziale. Dialogo con Donatella Di Pietrantonio” di Paolo di Paolo su Lucy sulla Cultura.
“Un festival cinematografico in Canada ha iniziato a proiettare film a velocità 1.5x per attirare la Gen Z” su Rivista Studio.
MUSICA
Sabato 23 maggio in Piazza Lucio Dalla ha aperto il festival DiMondi 2026 Tonino Carotone nome d’arte di “Antonio de la Cuesta, Tonin da ragazzo e Tonino da musicista. Cresciuto in un quartiere popolare di Pamplona ascoltando la radio, guardando la tv e assimilando tutte le melodie degli spettacoli e degli spot televisivi più ignobili. Poi, iniziata la carriera musicale, durante gli spostamenti in furgone ascoltava cassette di quelle che sono le sue vere passioni musicali: Luis Aguile, Trini Lopez, Peret e soprattutto i cantanti leggeri italiani come Mina, Rita Pavone, Albano & Romina, Adriano Celentano. Dopo l’incontro e l’inizio di una frequente collaborazione con Manu Chao, Tonino ha preso il cognome d’arte dal napoletano Renato Carosone e il look da Fred Buscaglione, le sue guide spirituali”. Arrivato in Italia nel 1995, ha ottenuto il successo con il brano Me cago en el amor, presente nell’album Un mondo difficile, uscito nel 2000 e vincitore del Disco d’Oro.
Vi riproponiamo la recensione dell’album pubblicata su Rockol.
“Il suo album è dunque un vero e proprio omaggio alla canzone italiana, ma a quella ormai passata che faceva da colonna sonora alle commedie all’italiana degli anni ’60 e dei primi anni ’70, con tanto di mandolino sempre presente a sottolineare la melodia. “Mondo difficile” assume così una valenza particolare e gli arrangiamenti sono volutamente essenziali, le sonorità decisamente retrò, il cantato sghembo e un po’ stonato; dall’ascolto deve emergere un’immagine di periferia, di squallore”.
“Quanto è scivolosa la definizione di cantautorato? “Una parola che, usata male, finisce per indicare tutto e niente: l’autore che canta le proprie canzoni, una chitarra in primo piano, una certa postura pensosa, qualche frammento autobiografico lasciato a vista. Quando torna a significare davvero qualcosa, però, chiama in causa un equilibrio più profondo, fatto di parola e suono, racconto privato e immaginario collettivo, forma canzone e costruzione di un mondo. “L’improbabile piena dell’Oreto”, nuovo album solista di Dimartino a sette anni dall’ottimo “Afrodite”, si colloca esattamente all’interno di questa categoria. Dopo gli anni condivisi con Colapesce e l’esposizione enorme di “Musica leggerissima”, Antonio Di Martino rientra in una dimensione raccolta, appartata, quasi domestica, dove ogni suono sembra dover giustificare la propria presenza. È il suo disco più autobiografico da tempo: dieci brani lontani dal centro radiofonico e dall’idea di trasformare il successo in una formula replicabile. La definizione più efficace l’ha data lui stesso: un disco folk senza hit. Una frase semplice, persino disarmante, che fotografa bene la natura del progetto”. La recensione di Cristiano Orlando su Ondarock.
“Cracovia, una stanza, un laptop. La cetra è il primo strumento che entra. Viene processata fino a perdere la propria identità acustica per diventare materia plastica, qualcosa di più vicino a un clavicembalo trattato. Sopra si appoggia una voce sussurrata in inglese, che a tratti smette di significare e diventa puro tessuto. Winged In Collapse, terzo disco per Martyna Basta, primo per 7K. Come sempre, nella musica dell’autrice polacca, si lavora per accumulo di micro-eventi sonori. Pizzichii di corda, fiati registrati di traverso, percussioni piccole e secche, droni armonici che tengono l’aria mossa. Poi, a intervalli precisi, una scheggia metallica perfora il tessuto. Un suono digitale tagliente che non chiede permesso. È il principio compositivo del disco. Un gusto retro-rinascimentale che accetta dentro di sé la corruzione della propria modernità”. Recensione di Antonello Comunale su Sentireascoltare.
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Cult news è l’agenda culturale e musicale ideata da Flavia Montecchi e condotta con Anna Cesari, in diretta ogni venerdì dalle 10:30 alle 11:30 su Radio Città Fujiko.
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