C’è stato un tempo, soprattutto nel nostro territorio, in cui la cooperazione sociale assolveva con efficacia il nobile compito di garantire lavoro a un numero significativo di persone, senza venir meno alla propria vocazione mutualistica originaria. Erano anni in cui la parola “solidarietà” non era ancora posta in antitesi alla parola “modernità” e il mito dell’efficienza aziendalista non aveva ancora contagiato l’intera organizzazione economica e produttiva del Paese.

Con i primi tagli ai servizi, progressivamente ampliatisi nel tempo, la cooperazione sociale non ha saputo (o voluto) opporsi a questa deriva peggiorativa, favorita nel nostro territorio anche da una committenza pubblica considerata troppo spesso, in modo acritico, “amica”. L’errore più grave della cooperazione è stato dunque quello di adattarsi costantemente al ridimensionamento e all’impoverimento dei servizi, con l’illusione di poter competere in un contesto che, al contrario, l’ha resa sempre più marginale. Il risultato è stato un peggioramento delle condizioni dei soci e dei lavoratori, con la loro conseguente, e ormai inarrestabile, fuga dal privato sociale. Oggi la categoria, è allo stremo: arrivare a fine mese per la stragrande maggioranza dei lavoratori è un’utopia. Non c’è futuro per chi ogni giorno compie piccoli miracoli con le persone, mentre nessun amministratore o decisore politico sembra in grado di farne per i loro ridicoli stipendi.

Per questi lavoratori e queste lavoratrici, il Collettivo “Educatrici Arrabbiate” dopo quattro anni d’incontri, ha deciso di redigere un breve vademecum dal titolo: “Che fare? Per un’autodifesa dalle cooperative sociali”. Tante le domande a cui prova a rispondere: cosa avreste voluto sapere prima di presentarvi a un colloquio di lavoro? Cosa avreste voluto sapere dopo aver firmato quel contratto? Cosa avreste potuto rispondere a quella richiesta strana, al limite? Un lavoro di scrittura che raccoglie gli apprendimenti frutto di (dis)avventure quotidiane di chi è alle dipendenze del Terzo Settore. L’obiettivo?  Collettivizzare un sapere costruito informalmente e dal basso che funga da strumento per un processo di coscientizzazione il più ampio possibile. E contrastare la tendenza prevalente a chiudersi nell’agire individuale per ridare voce e dignità alle educatrici e agli educatori come categoria collettiva.

Ce l’ha presentato in studio Madalena del collettivo “Educatrici Arrabbiate”.