Per la stagione di danza del Comunale Nuveau è andato in scena Beauséjour della Compagnia Kafig con la direzione artistica e coreografie di Murad Merzouki attorno al ritmo degli electro- tanghi di Muller & Makaroff. Una balera estiva in cui si confrontano diverse generazioni: un gruppo di giovani vitalistici, energici e un gruppo di anziani che portano nel corpo i loro dolori, acciacchi del tempo insieme al desiderio di non darla vinta all’età per continuare a sfidarsi e ballare ancora e ancora gioiosamente.
Lo spettacolo che abbiamo visto al Comunale è stato oltre ogni aspettativa, emozionante pieno di poesia e di verità. Uso la parola verità nonostante in scena non ci fossero dei veri anziani danzatori, ma giovani vestiti, truccati e imparruccati da anziani con imbottiture per raccontare i corpi che cambiano con l’età, si appesantiscono, scricchiolano, sono pieni di dolori. Danzatori e danzatrici appartenenti al gruppo che ha impersonato gli anziani, hanno lavorato su dei personaggi e personagge, hanno immaginato di abitare corpi maturi e di avere la stessa voglia matta di danzare che hanno nella loro giovane età. Il risultato è stato ironico, gioioso, a volte quasi parodistico per suscitare il riso nel pubblico, ma altrettanto profondamente realistico nel racconto del passaggio dei corpi attraverso tante fasi, dalla giovinezza alla vecchiaia nelle quali qualcosa si perde, mentre rimane intatto il desiderio di vivere, di divertirsi, di essere se stessi e se stesse anche quando le ginocchia, tanto per citare una personale nota dolente, non ci permetterebbero più di fare danze sfrenate.
Nel primo quadro compare solamente un gruppo di giovani che arrivano in questo locale all’aperto pieno di luci colorate per ballare. Si buttano in una performance energica ed escono allo spegnersi della musica. Mentre si odono soltanto uccellini notturni in scena resta solo una signora anziana attratta dalle luci colorate, seguita poi da un gruppo di anzianotti che guadagnano il centro pista e sembrano ripercorrere la stessa coreografia vista in precedenza, ma più sgangherata, solo a tratti similare nelle direzioni e movimenti, come ripercorressero un disegno coreografico che è sfuggito via. Poi inizia un tango e a coppie iniziano a ballicchiarlo e a poco a poco tutto l’uditorio è catapultato dentro lo struggente brano di Piazzolla “Vuelvo al Sur” rivisitato dai Gotan Project, ovvero dall’argentino Eduardo Makaroff e dallo svizzero Muller che nella Parigi del 1988 diedero vita al mitico progetto musicale che negli anni seguenti ha fatto ballare tutti i tangheri del mondo rivoluzionando il tango e modernizzandolo con l’electro-tango.
I personaggi anziani danzano con gesti più rigidi, più lenti e con improvvisi scatti rapidi come se per un momento tornassero nel pieno delle loro forze poi si tornano ad incurvare. Ci sono momenti di assoli e momenti di ensamble. Si sentono le ossa dei più anziani scricchiolare, una donna sembra affetta da parkinson e trema e il tremore diventa generale e parossistico come una indiavolata danza di scuotimenti. C’è un bellissimo momento in cui rientrano anche i giovani e tutti danzano a turno al centro del cerchio in piena luce mentre ai bordi del cerchio tutti sono in penombra quando non pienamente in ombra e nel buttarsi al centro dei più anziani c’è un vero e proprio ritornare alla luce della propria vita, ritornare protagonisti, essere di nuovo al centro della scena come riemersione dall’oblio. Dopo gli assoli i nuovi momenti di danza collettiva è come se fossero davvero corali, come se i due gruppi non fossero più distinuguibili: c’è solo la danza e danzatori e danzatrici, non c’è più nella gestualità di tutti l’evidenziazione di un noi e un loro, pur nelle differenze di agilità e difficoltà. Si arriva poi anche a momenti di sfida, di battles, tra anziani e giovani, a coppie, in vero stile hip hop in cui nel cerchio si mostra tutta la propria abilità creativa incitando gli altri a fare di meglio. In altri momenti protagonista diventa proprio la fragilità dei corpi anziani, messa in risalto anche per portare al riso il pubblico, scherzando su malattie e dolori ingigantendoli, esagerando i rumori articolari, trasformandoli in rumore di ferraglia e immediatamente dopo lo stesso corpo che appariva offeso dall’età, compie un’acrobazia.
Una voce narrante emerge lungo il percorso pronunciando frasi in francese e proprio nel mostrare le fragilità esorta quegli uomini e donne a continuare a danzare “Avete visto? c’è tutta una vita che vi attende!” Non è mai il momento di rinunciare ad essere felici, a gioire con il proprio corpo, c’è sempre una vita che ci chiama per essere assaporata.
Il coreografo Merzouki, soprannominato da Le Figaro come “Le Bejart du hip-hop” per le sue famose creazioni coreografiche in cui mescola la danza contemporanea alle movenze urubane dell’hip- hop, ha narrato, nella presentazione della performance, che Beauséjour è stata una vera sfida coreografica per ballerini di Hip Hop che, impersonando persone anziane hanno dovuto appropriarsi di movimenti che non gli erano propri, hanno dovuto costruire personaggi lontani da quelli che solitamente interpretano in scena. Sono riusciti a far percepire al pubblico come il corpo, nel movimento danzato, riesca a far emergere i ricordi del proprio corpo giovanile e lì il desiderio di ritornare alla danza fa sì che si arrivi all’iperbole e in quel momento anche i corpi anziani diventano splendidi, acrobatici pur mantenendo le posture caratterizzanti il personaggio: una stortura, una zoppia o un tic. Nella danza è come se si superassero le differenze generazionali, si raggiungesse la bellezza e si abbracciasse pienamente la vita indipendentemente dall’età anagrafica.
Merzouki è pienamente riuscito nell’intento di toccare l’universale e, con la sua visione poetica, con l’aiuto di straordinari danzatori e danzatrici, bellissimi costumi (Pauline Zurini in collaborazione con Claire Schirick), una bella e funzionale scenografia (Benjamin Lebreton e Pierre Beyssac) e un disegno luci molto ben fatto (Yoann Tivoli), è riuscito ad arrivare a tante generazioni diverse riunite anche in platea. Tanti minori, giovani e adulti di tutte le età hanno sonoramente applaudito le diverse scene con un esplosione finale di gioia e riconoscenza.







