“Torino è partigiana”. È questo lo slogan scelto per la manifestazione nazionale che si terrà domani nel capoluogo piemontese. Nata dallo sgombero del centro sociale Askatasuna, lo scorso 18 dicembre, ordinato dal governo Meloni, la manifestazione si presenta però in un modo articolato, con tre diversi spezzoni che concentrano tutte le questioni del presente, in particolare per quanto riguarda la repressione del dissenso e il tentativo di normalizzazione operato dalla destra.

La manifestazione “Torino è partigiana” di sabato 31 gennaio

Alla manifestazione confluiranno realtà studentesche, collettivi, movimenti per il diritto all’abitare, lavoratori e organizzazioni solidali con la Palestina e il Rojava.
L’iniziativa nasce come risposta a quello che i promotori definiscono un clima crescente di repressione politica e sociale, che negli ultimi mesi ha colpito in modo sistematico spazi autogestiti, movimenti di solidarietà e forme di dissenso. Lo sgombero di Askatasuna, seguito a quello del centro sociale Leoncavallo di Milano, rientrano in un segnale politico preciso, inserito in una più ampia strategia che ha già coinvolto realtà come Spin Time a Roma, Officina 99 a Napoli e il Lazzaretto Autogestito di Bologna.

In particolare, la repressione non si limita agli sgomberi, ma si estende anche alla criminalizzazione del dissenso e alle misure giudiziarie contro attivisti e manifestanti, come dimostrano gli arresti di minorenni avvenuti a Torino dopo le manifestazioni dell’autunno e i provvedimenti contro esponenti del movimento di solidarietà alla Palestina.
«La posta in gioco riguarda il nostro presente e il nostro futuro – spiegano le realtà promotrici – in un contesto sempre più segnato dalla guerra, dal riarmo e dalla compressione dei diritti sociali».
Al centro della protesta, osserva ai nostri microfoni Martina di Askatasuna, c’è la critica a un modello politico ed economico che, mentre investe nell’industria bellica, taglia le risorse per il welfare, il reddito e i servizi essenziali.

Il tema dell’abitare è uno dei nodi centrali della mobilitazione. Negli ultimi cinque anni, i canoni di affitto sono aumentati del 50%, mentre nel solo 2025 si contano oltre 40mila provvedimenti di sfratto. L’edilizia residenziale pubblica copre meno del 10% delle domande e il mercato immobiliare continua a escludere le fasce più fragili, in particolare le persone razzializzate. Il cosiddetto “piano casa” del governo viene definito come un intervento a favore dei grandi proprietari e non delle persone in difficoltà. La protesta tocca anche il lavoro e il reddito. In un contesto europeo di crescita salariale e riduzione degli orari, l’Italia resta ferma, con salari stagnanti e un aumento della precarietà. La narrazione governativa sull’aumento dell’occupazione nasconde in realtà una diffusione del lavoro povero e instabile, mentre servizi fondamentali come sanità e istruzione diventano sempre meno accessibili.
Su questi temi si concentrerà lo spezzone tematico della manifestazione che si dà appuntamento a Porta Susa alle 14.30.

Un secondo spezzone si darà appuntamento alla stazione di Porta Nuova. Lì si ritroveranno il movimento No Tav, ma anche comitati e movimenti ambientalisti che stanno portando avanti vertenze in tutta Italia. Insieme a loro ci saranno anche le realtà che in questi anni si stanno battendo contro il genocidio a Gaza e l’aggressione al Rojava. In questo spezzone troveranno spazio anche i movimenti transfemministi.
Il terzo spezzone, infine, si concentrerà sul sapere e la libertà della ricerca nel mondo universitario e partirà da Palazzo Nuovo.

Il corteo del 31 gennaio intende quindi unire diverse vertenze: casa, lavoro, reddito, istruzione, diritto alla salute e libertà di organizzazione politica. L’obiettivo generale della manifestazione è “difendere gli spazi sociali e costruire l’alternativa”. In altre parole, il tentativo è quello di trasformare lo sgombero di Askatasuna in un punto di ripartenza per un movimento più ampio.
«Se difendere la solidarietà, opporsi alla guerra e immaginare un mondo libero dallo sfruttamento significa essere dalla parte sbagliata – affermano gli organizzatori – allora rivendichiamo quella scelta».

ASCOLTA L’INTERVISTA A MARTINA: