La notizia che ha fatto più clamore è quella del controllo giudiziario disposto ieri dal pm Paolo Storari per Glovo con l’accusa di sfruttare 40mila rider con paghe sotto la soglia di povertà, anche appena 2,5 euro a consegna. Ma le pendenze giudiziarie per la Foodinho srl, multinazionale delle piattaforme di delivery, non sono finite. Nonostante i provvedimenti giudiziari del passato, nati anche in seguito delle lotte dei ciclofattorini, hanno disposto la regolarizzazione del settore, Glovo è ancora al centro di contenziosi, come dimostrano le cause intentate poche settimane fa da alcuni rider per ottenere il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato o etero-organizzato e il pagamento delle differenze retributive e contributive.

Le carte della Procura di Milano su Glovo

La Procura di Milano ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per caporalato nei confronti di Foodinho srl, la società che gestisce il servizio di food delivery Glovo in Italia. Il provvedimento, firmato dal pubblico ministero Paolo Storari, riguarda presunte condizioni di sfruttamento dei rider, ai quali sarebbero state corrisposte retribuzioni ben al di sotto dei livelli minimi necessari a garantire un’esistenza dignitosa.
Secondo gli accertamenti condotti dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, i compensi riconosciuti ai fattorini – circa 40mila in tutta Italia, di cui 2mila nell’area milanese – sarebbero risultati in alcuni casi inferiori fino al 76,95 per cento rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62 per cento rispetto ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva. Una situazione che, per la Procura, configura un vero e proprio sfruttamento del lavoro, aggravato dall’approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori.

Nel procedimento è indagato per caporalato Pierre Miquel Oscar, amministratore unico di Foodinho, insieme alla società stessa. Nel decreto di sequestro preventivo e controllo giudiziario si sottolinea come le somme corrisposte ai rider non garantissero una “esistenza libera e dignitosa”, risultando difformi rispetto ai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali. La misura prevede la nomina di un amministratore giudiziario, ma dovrà ora essere vagliata da un giudice per le indagini preliminari.
«Uno degli aspetti innovativi di questa inchiesta – osserva ai nostri microfoni il giornalista Francesco Floris – è il confronto delle paghe elargite con i parametri Istat per la soglia di povertà o l’assegno mensile erogato per la Naspi, il sussidio di disoccupazione».

La causa civile intentata da quattro rider

Non è la prima volta che Glovo finisce al centro di indagini e contenziosi giudiziari. Poche settimane fa, alcuni rider hanno promosso cause civili per ottenere il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato o etero-organizzato e il pagamento delle differenze retributive e contributive. In uno di questi procedimenti, celebrato davanti al Tribunale di Milano, è emerso un elemento particolarmente delicato: la cancellazione dei dati relativi ai turni di lavoro dei fattorini.
Durante un’udienza dello scorso gennaio, il general manager di Glovo per l’Italia, Rafael Narvaez Gracia, ha dichiarato che la società avrebbe eliminato “tutti i dati” sui turni su indicazione del proprio responsabile della privacy. Una decisione che avrebbe riguardato il periodo a partire dal maggio 2025 e che, secondo la difesa dell’azienda, sarebbe legata all’abolizione del sistema premiale. Una spiegazione giudicata poco plausibile dai legali dei rider, anche alla luce del fatto che in altri procedimenti analoghi i dati risultano invece essere stati prodotti.

Foodinho avrebbe inoltre proposto ai lavoratori coinvolti una conciliazione economica pari al 13,5 per cento delle somme richieste, senza tuttavia riconoscere l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato. Nel corso dell’istruttoria, il manager spagnolo ha più volte dichiarato di non essere a conoscenza delle modalità operative dell’algoritmo, dei sistemi di penalizzazione o delle condizioni organizzative applicate ai rider prima del suo insediamento.
Secondo l’avvocata Giulia Druetta, legale di alcuni fattorini e sostenuta dal sindacato di base Slang Usb, dal 2020 non risulterebbero ulteriori accertamenti Inps né il versamento di contributi previdenziali come lavoratori subordinati o etero-organizzati. «Glovo si comporta come se non dovesse seguire alcuna regola», ha dichiarato, parlando di un clima di impunità che favorirebbe pratiche di sfruttamento nel settore del delivery.

L’azione giudiziaria contro il lavoro povero

Il provvedimento relativo a Glovo in realtà si inserisce in un’intensa attività della Procura di Milano contro il lavoro povero. Protagonista della quarantina di fascicoli aperti negli ultimi cinque anni è Paolo Storari. «È un sostituto della Direzione distrettuale antimafia – racconta Floris – che dal 2020 in poi sta lavorando sul tema attraverso diversi filoni di indagine».
Il primo filone è relativo al mondo della logistica, dove si è indagato sulle società che gestivano in appalto i magazzini e la consegna pacchi per grandi marchi come Amazon, FedEx e Brt Bartolini. «Ciò che è emerso – spiega il giornalista – è che dentro queste filiere ci sono una serie di società che forniscono la manodopera che formalmente dovrebbero essere autonome e gestire loro le commesse, ma in realtà non è così. In secondo luogo sono società che tendono a fallire o ad andare in liquidazione o commettere numerosi illeciti fiscali e tributari con cadenza biennale. In questo modo possono offrire prezzi inferiori».

Un secondo filone è quello sulla moda e i brand del Made in Italy, che hanno prodotto diversi provvedimenti di amministrazione giudiziaria. In questo caso, i grandi brand come Armani, Dior e altri ancora, non sono direttamente indagati, ma accusate di avere in qualche modo agevolato filiere di caporalato cinese lungo la propria catena di appalti.
Infine un ulteriore filone è proprio quello sui salari al di sotto della soglia di poverà è inizialmente partito accendendo i riflettori sul mondo della vigilanza, con lavoratori che percepivano meno di 6 euro all’ora.

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