Seimila agenti, un vero e proprio esercito. È questo l’ingente schieramento di forze dell’ordine che si concentrerà su Milano. Questo fine settimana, intatti, sarà segnato da numerose iniziative di contestazione alle Olimpiadi Milano-Cortina, organizzate da una rete di realtà riunite nel “Comitato insostenibile olimpiadi” (Cio).
«Anche se ora si lega il fatto agli scontri di Torino – osserva ai nostri microfoni Elio Catania di Off Topic, una delle realtà che fa parte del Cio – tutti i grandi eventi portano ad un aumento della militarizzazione e del controllo sugli spazi urbani, che per quel breve tempo, come nel caso olimpico, rispondono e sono di fatto piegati a logiche economiche, turistiche e di consumo». Dagli alberghi fino ai bar e alla viabilità, le zone a tutti gli effetti popolari del sud-est di Milano, saranno messe a dura prova nuovamente durante i giochi olimpici.

La militarizzazione della città per le Olimpiadi Milano Cortina

L’attivista racconta che i controlli sono iniziati tempo fa. «Sono aumentati drasticamente i controlli di polizia nei quartieri interessati dalle infrastrutture olimpiche a Milano, in particolare mi riferisco al quartiere popolare di Corvetto o di Brenta, a tutta quell’area di tessuto popolare e ceto medio basso che abita il sud est di Milano».
Sono state allontanate, peraltro, numerose persone senza dimora che la classe dirigente perbenista crede possano nuocere al decoro della città.

Si tratta di un’operazione che agisce sullo spazio quanto sugli abitanti, promuovendo strategie di “messa in sicurezza”, dietro alle quali si nasconde l’alimentarsi della profilazione razziale, del razzismo e il tentativo di voler coprire i soggetti al margine, con il fine di ritrarre Milano come il quadro di civiltà, sicurezza, gentrificazione e pulizia.
«Il piano delle zone rosse stabilite dalle ordinanze prefettizie, applicato dall’anno scorso a Milano, sapevamo sarebbe stato parte dello scenario urbano – osserva Catania – Anche la presenza dell’Ice, dal nostro punto di vista, è perfettamente coerente col dispositivo securitario olimpico».

Il programma delle contestazioni

Una prima mobilitazione contro le Olimpiadi Milano Cortina era prevista già venerdì 6 febbraio alle 11.00, nel quartiere di San Siro, un altro che si ritrova adiacente alla zona dove ci sarà la cerimonia di inaugurazione. Qui è stato organizzato dai sindacati di base un presidio sotto Federalberghi. Quest’ultima è una delle categorie che più avrà vantaggi economici dai grandi eventi, sfruttando lavoro precario e stagionale. La manifestazione è stata vietata, portando i sindacati di base a riorganizzarla come un presidio-conferenza stampa di denuncia, a Piazzale Loreto.
Sempre venerdì, verso sera, ci sarà una “Fiaccolata antiolimpica“, parata popolare di quartiere a San Siro con famiglie, sindacati e comitati di lotta per la casa. Il ritrovo in piazzale Segesta, però, subirà delle limitazioni, in particolare per la viabilità e la mobilità dell’iniziativa.

Per quanto riguarda il 7 febbraio, è prevista una contestazione di carattere nazionale. Per ora non sono stati notificati avvisi di divieto da parte della questura. «Certamente ci sarà un dispositivo di controllo, di minaccia dal nostro punto di vista, però la nostra intenzione è quella di portarla avanti senza farci intimidire, nelle zone e nei quartieri a sud-est di Milano, che saranno direttamente colpiti dai giochi olimpici», afferma l’attivista.

Nel mirino del Cio ci sono anche tutte quelle aziende e sponsor che hanno finanziato dal primo giorno il genocidio in Palestina, Eni e Leonardo in primis.
Sarà un contenuto centrale della manifestazione di sabato e della contestazione per il passaggio della torcia olimpica. Con Global Movement to Gaza e numerose reti solidali con la Palestina, la volontà è quella di manifestare contro la presenza di Israele in questa come in altre manifestazioni sportive.
Infine, conclude Catania, «è importante denunciare il fatto che le Olimpiadi non siano un gioco sportivo ma un evento geopolitico, che serve a dividere il mondo in Stati canaglia e Stati buoni, a seconda della vicinanza con l’Occidente».

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