Post-democrazia, autocrazia elettiva, democrazia senza popolo. O ancora: democratura e democrazia illiberale. Sono tanti e diversi i neologismi e le formule con cui oggi vengono descritti i processi profondi di crisi della democrazia, in particolare nello stesso Occidente che su di essa ha costruito tanta della propria autonarrazione.
Ad affrontare il tema in modo analitico, in particolare andando a porre la lente d’ingrandimento sugli esclusi dai processi democratici, è Valentina Pazè, docente di Filosofia politica all’Università di Torino e autrice del libro “I non rappresentati. Esclusi, arrabbiati, disillusi” (2024, Edizioni Gruppo Abele).
Pazè è stata recentemente intervistata da Nando Mainardi su Dignità TV.

La crisi della democrazia e le sue cause profonde

I tratti della crisi della democrazia vengono sintetizzati da Pazè in «verticalizzazione e concentrazione del potere, con il supremo paradosso che questo potere, sommamente concentrato nelle mani di pochi, è poi il potere di obbedire agli ordini della finanza, delle multinazionali. Quindi la concentrazione del potere politico avviene in un contesto in cui le vere decisioni si prendono altrove».
Alla base della crisi della democrazia, secondo la docente, non ci sono solo le varie riforme – come quelle elettorali, degli enti locali, l’elezione diretta dei presidenti delle Regioni, più i vari tentativi di modifiche costituzionali falliti, come quelle di Berlusconi e Renzi – ma anche un processo che ha visto la vittoria dell’egemonia neoliberale. «Ciò, a livello globale, vuole dire arretramento della politica rispetto a una visione che ci dice che il mondo va così e non si può cambiare, il famoso “There Is No Alternative” thatcheriano».
Questo assetto provoca scoramento e rassegnazione di chi si chiede perché dovrebbe partecipare al gioco politico che non ha la capacità di cambiare le cose.

Pazè parla anche della subalternità della sinistra, che ha iniziato la sua storia come forza di cambiamento e rivoluzione, ma che negli ultimi decenni ha subìto l’influenza del pensiero di destra.
E fa un esempio: la legge che ha introdotto l’elezione diretta dei presidenti di Regione fu ispirata da Pinuccio Tatarella, che è stato capogruppo dell’Msi in Parlamento e poi esponente di An.
«La visione della democrazia della destra, cui la sinistra è stata subalterna – osserva l’autrice – è quella che finisce con identificare la democrazia con la scelta del capo, dove la rappresentanza è identitaria e simbolica». Qualcosa di antitetico alla democrazia, che è pluralismo e conflitto.
«Una carica monocratica non potrà mai rappresentare le diverse posizioni e i diversi interessi presenti nella società».

Chi sono i non rappresentati

Quando si parla di crisi della democrazia, oggi si fa riferimento soprattutto al forte astensionismo che interessa ormai ogni genere di appuntamento elettorale, da quello politico a quello locale.
La maggioranza degli aventi diritto ormai non va a votare e questo sembra un dato strutturale, come certificano le elezioni degli ultimi anni. Per fare un esempio, alle elezioni regionali del novembre scorso, nessuna delle regioni al voto ha raggiunto il 50% dei votanti. In particolare, in Veneto ha votato il 44,6% degli aventi diritto, in Campania il 44% e in Puglia il 41,8%.
Tuttavia, nel suo libro Pavè identifica tre diverse categorie di non rappresentati e solamente una è ascrivibile all’astensionismo. Le altre due restano come sintomo di un problema che non dipende dai cittadini, ma dal sistema.

In particolare, la categoria degli astensionisti è composta da coloro che hanno diritto di voto ma non lo esercitano. «Quelli che non vanno a votare sono un paradosso – osserva l’autrice – Gli studi ci dicono che sono soprattutto i più poveri, i più marginali e i più periferici. Evidentemente non identificano più nel voto un veicolo di cambiamento sociale. È un paradosso perché sono gli stessi che un tempo non potevano votare, in quanto il diritto di voto era connesso al censo e sono servite delle battaglie molto grosse per superare questo principio».
L’astensione dei più poveri, però, ha un effetto importante sulla rappresentatività delle istituzioni, perché i loro interessi e i loro bisogni non sono presenti.

«A monte, però, il problema è percepire la politica stessa come veicolo di cambiamento – sottolinea Pazè – ma anche a interpretare in chiave politica i problemi». La docente di filosofia politica fa l’esempio del lavoro, dove i lavoratori spesso sono isolati e divisi, ad esempio da forme contrattuali diverse. «Di fronte alla sofferenza sul lavoro le persone spesso vanno dallo psicologo, cioè affrontano il problema in modo privato – continua – come se non si trattasse di sofferenza che ha un’origine collettiva e andrebbe quindi affrontata in modo collettivo».

Una seconda categoria è quella di coloro che vanno a votare, ma non eleggono un proprio rappresentante. Davanti all’urna elettorale, infatti, molto spesso le persone si trovano davanti alla scelta di turarsi il naso oppure votare qualcuno che non avrà chance di essere eletto.
«In Italia dobbiamo ancora superare l’ubriacatura per il maggioritario, che data a inizi anni ‘90 – osserva Pazè – I sistemi che ci impongono di scegliere una persona, che sia nel collegio o il presidente, tagliano fuori chi non ha possibilità di farcela. Ancora una volta: una carica monocratica non è rappresentativa se non in un’accezione simbolica».

L’autrice mette in guardia anche su una proposta che avanza nel presente, quella del premierato voluto da Giorgia Meloni. «Questa riforma ci viene proposta nel nome dell’efficienza e della stabilità, ma qui bisogna intendersi su cosa consideriamo democrazia: è la scelta del capo, che poi farà quello che vuole, o è la scelta di coloro che andranno a formare un organo collegiale inteso come il luogo della discussione, della mediazione e della ricerca di compromessi tra i diversi interessi? Da tempo in Italia si sostiene che vi sia una crisi di governabilità, mentre semmai c’è una crisi di rappresentanza, con un Parlamento, ma anche i Consigli regionali e comunali che finiscono per avere solo la funzione di ratificare le decisioni prese dagli esecutivi».

La terza e ultima categoria di non rappresentati è quella di chi non ha diritto di voto, in particolare gli stranieri lungo-residenti nel Paese. Un problema atavico, che riguardava anche Atene e che i filosofi dell’epoca non riuscivano a giustificare in modo convincente, ma che è rimasto intatto fino ai giorni nostri.
«Oggi questa esclusione è tanto più grave quanto più aumenta il numero di coloro che provengono da altri Paesi e vivono accanto a noi», chiosa l’autrice.
Eppure, secondo i principi democratici chi è tenuto a obbedire alle leggi ha il diritto-potere di contribuire a scriverle, mentre ancora oggi esistono persone trattate da sudditi e non da cittadini.

La battaglia per l’estensione di tutti i diritti politici per Pazè è una battaglia di civiltà che dovrebbe essere messa al centro da formazioni di sinistra.
«Il popolo dei migranti secondo Luigi Ferrajoli è il “popolo costituente” di un futuro possibile – conclude l’autrice – perché ci ricorda le diseguaglianze scandalose che esistono a livello globale che noi non vogliamo vedere. È per questo che costruiamo le fortezze. Ma è solo prendendo coscienza di queste diseguaglianze e della necessità di ripensare profondamente l’ordine globale che potremo tentare di riformulare un programma di sinistra all’altezza della tradizione».

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