La multinazionale italiana della difesa Leonardo S.p.A. potrebbe trovarsi esposta a conseguenze giuridiche rilevanti sul piano del diritto internazionale per i suoi rapporti industriali e commerciali con Israele. Al centro del dibattito non vi è l’eventuale condivisione di un intento genocidario, bensì la possibile complicità, una fattispecie autonoma prevista dalla Convenzione sul genocidio del 1948.
La multinazionale delle armi Leonardo e il ruolo nel genocidio a Gaza
Secondo l’avvocata Michela Arricale, giurista del Cred (Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia), la responsabilità giuridica può configurarsi anche in assenza di un intento diretto, qualora un soggetto fornisca beni, tecnologie o assistenza sapendo che il proprio contributo può facilitare la commissione del crimine. Arricale è intervenuta il 9 dicembre scorso alla conferenza stampa tenutasi alla Camera dei deputati, dedicata al ruolo di alcune aziende europee nei rapporti con l’industria militare israeliana.
«La questione di Leonardo è giuridicamente rilevante – ha spiegato la giurista – perché l’azienda fornisce tecnologie ad alta capacità distruttiva a uno Stato che oggi è imputato davanti alla Corte internazionale di Giustizia». Arricale ha ribadito che la sua analisi è di natura strettamente giuridica e non politica, richiamando la giurisprudenza internazionale secondo cui è sufficiente la consapevolezza del rischio affinché si configuri la complicità.
Il tema è stato approfondito anche nel dossier di BDS Italia, intitolato “Piovono euro sull’industria ‘necessaria’ di Crosetto e Leonardo S.p.A.”, curato dalla ricercatrice Rossana De Simone e presentato nel corso dello stesso incontro. Il rapporto analizza il rafforzamento dei legami tra l’industria bellica europea e quella israeliana, con un focus sul ruolo dell’Italia e di Leonardo, descrivendo una rete di cooperazioni industriali, joint venture e trasferimenti di know-how.
Secondo il dossier, Leonardo è partner di primo piano di aziende militari israeliane in settori che includono droni, radar, cyber-sicurezza, sistemi missilistici e infrastrutture digitali di sorveglianza. Tali collaborazioni, sostiene il rapporto, contribuirebbero a rafforzare la capacità militare di Israele nel contesto del conflitto a Gaza.
Leonardo, dal canto suo, respinge le accuse. L’amministratore delegato Roberto Cingolani ha dichiarato in un’intervista che la partecipazione dell’azienda a consorzi internazionali per la produzione di tecnologie per la difesa non può essere automaticamente equiparata a una corresponsabilità nei crimini commessi durante il conflitto. «Dire che siamo corresponsabili di genocidio mi pare una forzatura inaccettabile», ha affermato.
Sul piano giudiziario, la società è già coinvolta in procedimenti in Italia. Il 20 novembre scorso sette associazioni, tra cui Pax Christi e Acli, insieme a una cittadina palestinese che ha perso parte della famiglia a Gaza, hanno presentato un ricorso al Tribunale civile di Roma per chiedere l’annullamento dei contratti tra Leonardo e Israele. Parallelamente, il tema delle esportazioni di armamenti è oggetto di interrogativi alla luce della legge 185 del 1990, che prevede la sospensione delle forniture militari verso Paesi responsabili di crimini di guerra.
Il contesto internazionale pesa sul dibattito. Le ordinanze della Corte internazionale di Giustizia del gennaio e marzo 2024, insieme a successive valutazioni di organismi delle Nazioni Unite, hanno riconosciuto l’esistenza di un rischio concreto – e secondo alcune commissioni di atti in corso – riconducibile al genocidio nella Striscia di Gaza. «Da questo momento in poi – osserva Arricale – chi continua a fornire beni e tecnologie ad alta capacità distruttiva agisce con piena consapevolezza del contesto e deve risponderne davanti alla legge».
La questione resta aperta e si gioca su un terreno complesso, in cui diritto internazionale, industria della difesa e responsabilità degli Stati e delle imprese si intrecciano, con possibili sviluppi tanto nelle aule dei tribunali quanto nel dibattito politico europeo.
ASCOLTA L’INTERVENTO DI MICHELA ARRICALE:







