“Cosa significa costruire memoria a partire dai margini?”, “Come si documentano le lotte, i desideri, le relazioni di chi ha sfidato le norme sociali, di genere, di cittadinanza e di identità?”. Il progetto espostivo “Resisting Oblivion. Passione e attivismo negli archivi femministi e queer di Bologna”, allestito al MAMbo dal 29 maggio al 28 settembre risponde a questi interrogativi proponendo un viaggio attraverso archivi nati dal basso, costruiti e curati da collettivi femministi, queer e transfemministi con l’obiettivo di restituire visibilità e dignità a soggettività spesso rimosse dalla narrazione ufficiale della storia

In mostra gli archivi dell’attivismo femminista e lgbtqia+

«Non sono molto convinta di essere la sola curatrice della mostra», scherza Chelsea Szendi Schieder, storica statunitense che vive a Tokyo, dove studia i movimenti sociali giapponesi. Se non è l’unica senza dubbio ne è la fautrice. È proprio il suo lavoro di ricerca sui movimenti sociali, infatti, che l’ha portata in Italia. «Sono venuta a Bologna 3 anni fa per imparare l’italiano e studiare i movimenti sociali italiani. Credo che fra Italia e Giappone ci siano diverse similitudini storiche. All’inizio conoscevo solo la Biblioteca delle Donne; nella Biblioteca delle Donne ho trovato l’Archivio di storia delle donne di Bologna – Orlando aps. Loro mi hanno parlato di quello del Cassero, il Centro di Documentazione “Flavia Madaschi” Cassero Lgbtqia+ Center. Poi il Cassero mi ha detto che c’è anche Out-Takes Archivio Audiovisivo Lgbtqi – CESD Aps. Insomma per me, come storica dei movimenti sociali, è stato molto impressionante e molto interessante. L’autonomia e il sostegno di questi archivi in Giappone non c’è allo stesso modo», racconta Schieder.

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L’esposizione “Resisting Oblivion”, in mostra al Mambo nella Project Room dal 29 maggio al 28 settembre, è il secondo atto del progetto espositivo nato dall’incontro fra Schieder e alcune realtà archivistiche italiane. Il primo ha avuto luogo nell’autunno 2023 a Tokyo, presso la Galleria del Centro di Ricerca di Genere dell’Università Aoyama Gakuin. In quella sede la curatrice ha scelto di presentare tre archivi italiani: il Centro di Documentazione “Flavia Madaschi” Cassero (Bologna), l’Archivio di storia delle donne (Bologna) e l’Archivio delle memorie migranti (Roma).

Quella al Mambo è una nuova e più ampia configurazione, arricchita non solo dei contributi provenienti dalla sezione partecipativa dell’esposizione di Tokyo – affermando il carattere dinamico e aperto del progetto – ma anche dei materiali originali, documenti, testimonianze visive e sonore di altri archivi presenti sul territorio bolognese. Oltre al Centro di Documentazione “Flavia Madaschi” Cassero Lgbtqia+ Center e all’Archivio di storia delle donne di Bologna – Orlando aps partecipano l’Archivio Mit – Movimento Identità Trans, l’Archivio Luki Massa-Associazione Luki Massa e Out-Takes Archivio Audiovisivo Lgbtqi – Cesd Aps.

La scelta della Project Room del Mambo come sala espositiva la spiega il direttore del museo, Lorenzo Balbi: «La Project Room del Mambo è un luogo che in questi anni abbiamo voluto dedicare a una ricerca particolare. È veramente il luogo che sentiamo più vicino, il luogo in cui il museo tenta di autorappresentarsi, di restituire al pubblico un’immagine del territorio in cui lavora, dell’identità vera che questa istituzione vuole avere. Uno spazio fortemente rappresentativo del nostro modo di intendere l’azione di un museo pubblico: uno spazio decisamente politico, non neutrale, in cui il museo dimostra anche delle sue visioni e delle sue caratteristiche identitarie».

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«Questi archivi non avrebbero mai pensato, sognato e desiderato di essere così visibili come in questa occasione, di essere così valorizzati. Quella che viene mostrata è una selezione di materiali di archivi immensi – racconta Sara De Giovanni, responsabile Centro di Documentazione “Flavia Madaschi” Cassero Lgbtqia+ Center – Tutte noi che ci occupiamo di questi archivi amiamo molto lavorare insieme. Le nostre realtà, le realtà che compongono questa mostra sono realtà che si sono conosciute attraverso reti diverse, che compongono questa città e la rendono ricca».
Gli archivi di cui si parla sono archivi nati dal basso, archivi attivisti perché «sono le attiviste e gli attivisti che, nel corso di quasi 50 anni, hanno raccolto materiali, anche quelli effimeri, permettendo di costruire una memoria che altrimenti avrebbe rischiato di andare perduta». E non si tratta solo della storia di alcune categorie sociali ma «della storia della nostra città».

Dal manifesto delle Giornate dell’Orgoglio Omosessuale, 27-29 giugno 1980 in Piazza Maggiore, alla candidatura di Marcella Di Folco a consigliera comunale di Bologna con i Verdi nel 1995, fino a un mattone in frantumi (colpa di un litigio di coppia in pubblico), pezzo di quella muratura con cui degli sconosciuti avevano sbarrato l’entrata principale del Cassero di Porta Saragozza nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 1999. «Agli archivi e a questa mostra hanno contribuito anche quelli che non ci vogliono bene», chiosa De Giovanni.

«Ci tengo a dire – conclude De Giovanni – che questi archivi hanno una grandissima necessità per poter sopravvivere: spazi. Voi pensavate io dicessi soldi, ma non è quello. In realtà abbiamo bisogno che la città si accorga della grande necessità di spazi. Molti spazi ci sono ma non sono più sufficienti. Per noi è un tema importante: avere spazio permette di resistere ai tentativi di cancellazione che tutti noi abbiamo davanti agli occhi, sia a livello nazionale, ma anche, soprattutto in questo momento, a livello internazionale; cancellare gli archivi, e non solo gli archivi, a volte anche le persone, le esistenze, le soggettività che danno fastidio e che non devono esistere. Quindi noi resistiamo ed esistiamo per questo».

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