Si intitola “Letters from Gaza” ed è composto da sei monologhi scritti da Lidia Ravera sulle parole delle madri palestinesi sotto assedio lo spettacolo di anteprima della terza edizione di WeWorld Festival.
La ong ha voluto dedicare alle vittime del genocidio il primo appuntamento della rassegna, che si terrà poi dal 7 all’11 ottobre. Stasera, invece, l’Oratorio San Filippo Neri di Bologna riecheggerà della fatica delle donne gazawi per la stessa sopravvivenza dei propri figli rielaborate da Ravera e interpretate insieme alle allieve della Scuola di Teatro Alessandra Galante Garrone.

Le parole delle madri di Gaza nei monologhi di Lidia Ravera

«È la mia forma di militanza», osserva la scrittrice ai nostri microfoni. E se le viene chiesto cosa dobbiamo aspettarci, la risposta è categorica: «piangere».
La genesi dell’opera è interna a WeWorld, che ha inoltrato alcune domande alle donne palestinesi, anzitutto madri, che si trovano bloccate e sotto assedio a Gaza.
«Non mi aspettavo che rispondessero, invece lo hanno fatto – racconta Ravera – e io ho poi composto sei monologhi senza romanzarli come fanno gli scrittori, ho usato le loro semplici parole».
Proprio dalle parole delle madri palestinesi che affrontano un genocidio emerge come la sfida quotidiana più grossa sia quella per la sopravvivenza, per procurare il cibo per i propri figli. «Passano la giornata a cercare la farina – riporta Ravera – Ciascuna di loro ha tre o quattro figli».

“Letters from Gaza” è quindi una testimonianza cruda di esistenze precarie e lo scopo è esattamente quello di far provare empatia e risvegliare il senso di umanità.
«Chiunque può prendere questi monologhi e leggerli dove vuole – fa sapere la scrittrice – nelle scuole, a teatro, al mercato o fra amici. Non c’è copyright».
Quanto alla reazione dell’opinione pubblica italiana, che in questi giorni sta affollando le sale cinematografiche per le proiezioni del documentario “Naza”, Ravera mostra comunque disillusione: «le persone si dividono in due gruppi, la parte migliore è quella sdegnata e arrabbiata, ma esistono anche odiatori di professione, che si riversano spesso sui social e che mettono addirittura in discussione il numero di bambini uccisi».

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