Secondo gli ultimi dati redatti dall’Agenzia europea per la difesa (Eda), con il contributo della Commissione europea e del Servizio europeo per l’azione esterna, la spesa militare tra gli stati membri ha raggiunto i 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del PIL dell’Ue, e potrebbe arrivare fino a 547 miliardi entro il 2029: un livello di spesa per la difesa senza precedenti negli ultimi trent’anni.
La spesa militare europea e le sue conseguenze
Questa spesa non rientra nel budget dell’Unione Europea, ma nella somma delle spese militari dei singoli paesi membri: «Ancora una volta questo ci fa capire come questo spreco continuo di soldi in eserciti e armi sia non tanto una dinamica di unificazione militare dell’Europa – ha detto ai nostri microfoni Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo – ma sia solo un meccanismo che ha attivato la spesa dei singoli paesi, quindi mantenendo gli sprechi ma aumentando i fondi a disposizione degli interessi armati».
Oltre al boom di finanziamenti per la difesa, l’Unione Europea parla di guerra anche durante la plenaria dei Connecting Europe Days, in cui sono intervenuti i commissari europei ai trasporti e alla difesa e ai trasporti Tzitzikostas e Kubilius, i quali hanno insistito sulla mobilità militare come elemento essenziale di deterrenza e di sicurezza per l’Unione.
Per loro il tema è in cima all’agenda della Commissione: l’obiettivo è quello di portare a termine entro il 2030 gran parte dei 500 progetti infrastrutturali già individuati come prioritari, per cui saranno necessari circa 100 miliardi di fondi europei.
Entrambi i commissari hanno sottolineato anche l’importanza della “Schengen militare“, ovvero un sistema di autorizzazioni transfrontaliere unificate e rapide per ridurre la burocrazia, che vorrebbero completato entro il 2027.
Le conseguenze di queste spese colpiranno gli stati membri con una maggiore militarizzazione anche dal punto di vista comunitario, in quanto il progetto prevederebbe, oltre alle spese nazionali, anche lo spostamento dei fondi europei, diminuendo per esempio i fondi di coesione sociale, che servono per dei progetti nelle aree più svantaggiate del continente, in favore della spesa militare.
«Tutto questo non porta maggior sicurezza, non porta nemmeno a un’unificazione militare dell’Europa – conclude Vignarca – perché sono meccanismi che avvantaggiano i singoli paesi e le industrie: tutto questo contribuirà ad avere un mondo che, se sarà più armato, sarà ancora più in guerra».
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