Si è chiuso mercoledì ad Ankara il vertice della Nato, un appuntamento dominato da discussioni sul riarmo globale e segnato da forti tensioni nello scacchiere mediorientale. Nelle stesse ore in cui da Washington giungevano le notizie dei nuovi bombardamenti sull’Iran ordinati dal presidente Trump — definiti dal segretario dell’Alleanza Atlantica Mark Rutte come una risposta necessaria — i leader dei paesi membri si sono riuniti a porte chiuse. In questa sede, Trump ha confermato la volontà di mantenere gli Stati Uniti nell’Alleanza, ponendo fine alle speculazioni dei mesi precedenti. La dichiarazione finale del summit ha ribadito la linea della fermezza, definendo la Russia una minaccia a lungo termine e confermando il sostegno unanime all’Ucraina.

Il costo dell’ideologia bellica: l’Italia spenderà 500 miliardi in 10 anni

Sul piano pratico, l’accordo si traduce in impegni per decine di miliardi di euro in forniture belliche, inclusa la licenza statunitense per la produzione di sistemi Patriot destinati a Kiev.
L’Italia si inserisce in questo contesto confermando gli impegni presi nel precedente summit dell’Aia. La premier Giorgia Meloni ha ribadito l’obiettivo di destinare il 5% del Prodotto Interno Lordo alle spese militari entro il 2035, definendo il percorso “sostenibile” per le finanze pubbliche. Una decisione accompagnata dall’adesione al programma europeo Safe e dettagliata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha annunciato un investimento di 19 miliardi di euro nel prossimo biennio, con incrementi previsti tra il 2027 e il 2028 che porteranno la spesa militare italiana al 3,2% del Pil entro due anni, come passaggio intermedio verso il traguardo finale.

I costi di questa transizione bellica sono stati analizzati dall’Osservatorio Milex, che ha elaborato una nuova proiezione basandosi sui dati di crescita contenuti nel recente Documento di Finanza Pubblica del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo lo studio, l’innalzamento della spesa dal livello attuale fino al 5% entro il 2035 comporterà per le casse dello Stato un esborso cumulativo di 1.063 miliardi di euro.
Mettendo a confronto questo scenario con l’ipotesi di mantenere la spesa ancorata al precedente obiettivo Nato del 2%, l’Osservatorio ha calcolato un costo aggiuntivo netto di ben 498 miliardi di euro, una cifra superiore rispetto alle stime teoriche elaborate lo scorso anno.

La scelta di indirizzare ingenti risorse verso il comparto della difesa si scontra tuttavia con il quadro socio-economico interno tracciato dagli ultimi rapporti internazionali.
I dati diffusi dall’Ocse sui salari europei evidenziano che i redditi reali in Italia rimangono tra i peggiori dei ventisette paesi dell’Unione Europea, registrando un calo di oltre sei punti percentuali rispetto ai livelli del 2021, in netta controtendenza rispetto alla media dell’area che ha invece recuperato il terreno perduto. Le previsioni per la fine dell’anno indicano un’ulteriore contrazione dell’uno percento a fronte di un’inflazione che viaggia al tre percento, mentre il tasso di occupazione italiano resta di nove punti inferiore alla media dei paesi sviluppati, con criticità che colpiscono in modo particolare l’accesso a un lavoro dignitoso per i giovani e le donne.

Il no della campagna “Ferma il riarmo”: «Il governo scelga le persone, non le armi»

Dopo la conferma dell’impegno bellico italiano al vertice Nato, con l’aumento delle spese militari fino al 5% del pil entro il 2035, la campagna “Ferma il Riarmo”, promossa dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, ha espresso una ferma opposizione. I 500 miliardi in più che usciranno dalle casse italiane per la difesa rischiano di essere interamente sottratti a settori strategici e già in forte sofferenza come sanità, scuola e welfare.
I pacifisti evidenziano il paradosso di investire massicciamente in droni, caccia e armamenti avanzati a discapito della tutela quotidiana dei cittadini.

La denuncia si concentra sulle “promesse tradite” dall’esecutivo: mentre i fondi per la difesa aumentano, restano disattesi gli impegni sulla riduzione delle emissioni per contrastare le ondate di calore, la spesa sanitaria italiana rimane stabilmente al di sotto della media europea e i fondi per la cooperazione internazionale non hanno mai raggiunto il target dello 0,7% del PIL.
La coalizione chiede quindi al Parlamento un atto di responsabilità: bloccare le linee di spesa emerse ad Ankara, fare trasparenza sulle coperture finanziarie e aprire un confronto democratico e pubblico sulle strategie di sicurezza nazionale. La tesi di fondo è netta: la stabilità globale si costruisce riducendo le disuguaglianze e affrontando la crisi climatica, non alimentando una nuova e pericolosa corsa agli armamenti.

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