Quattro braccianti arsi vivi dai caporali a bordo di un’auto perché avevano alzato la testa. È quanto accaduto ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove si è consumata una nuova strage. Le indagini sulla morte dei braccianti, avvenuta in un distributore di carburante lungo la statale 106 Jonica, hanno portato al fermo di due cittadini pakistani. I due sono accusati di omicidio plurimo pluriaggravato.
I filmati mostrano la dinamica dell’evento: mentre i passeggeri si trovavano all’interno di un minivan, uno dei due indagati ha cosparso l’abitacolo di benzina e l’altro ha bloccato le portiere per impedire l’uscita delle vittime, prima che si sviluppasse l’incendio.
La strage di braccianti sfruttati dai caporali a Cosenza
Nel rogo sono deceduti tre cittadini afghani e un pakistano. Un quinto passeggero, il trentacinquenne afghano Taj Mohammad Alamyar, è riuscito a salvarsi gettandosi dal portellone posteriore del mezzo, riportando ustioni alle braccia e alla schiena.
È stato lo stesso superstite a fornire agli inquirenti gli elementi utili a chiarire il contesto e il possibile movente del delitto. Secondo la sua testimonianza, i due fermati gestivano il trasporto e l’impiego dei lavoratori, impegnati nella raccolta delle fragole tra i campi della Calabria e della Basilicata.
Alla base del quadruplice omicidio ci sarebbe una controversia economica. Alamyar ha riferito che i lavoratori non ricevevano il compenso pattuito di quarantacinque euro al giorno dal 20 aprile, nonostante i datori di lavoro trattenessero regolarmente le quote per il vitto, l’alloggio e il trasporto quotidiano. La decisione delle vittime di ribellarsi allo sfruttamento e di pretendere il pagamento arretrato avrebbe scatenato la violenta reazione dei due indagati.
Il testimone ha inoltre riferito la presenza di pressioni e minacce costanti da parte dei presunti caporali.
«Probabilmente i braccianti non venivano pagati perché dovevano restituire un debito», ipotizza ai nostri microfoni Francesco Piobbichi, operatore sociale di Dambe So, progetto di Mediterranean Hope, realtà che opera con i braccianti della Piana di Gioia Tauro.
La strage, secondo l’attivista, va inquadrata all’interno di un sistema che si sta consolidando che vede la creazione di un bacino di forza lavoro precaria attraverso strumenti da un lato legislativi e dall’altro sociali. Un elemento che va ricordato è che le violenze ai danni di braccianti hanno purtroppo tanti precedenti e sono le stesse che portarono alla rivolta di Rosarno del 2010.
Per Piobbichi, però, potrebbe esserci un elemento nuovo, che riguarda lo sviluppo di una forma di caporlato transnazionale.
In particolare, l’operatore punta in dito verso la legislazione. A monte, la legge Bossi-Fini che vincola il permesso di soggiorno al lavoro, esponendo i migranti, in questo caso braccianti, ai ricatti di caporali e imprenditori.
Ma è anche nelle pieghe del Decreto Flussi che potrebbe generarsi il problema, in particolare con i meccanismi degli sponsor, cioè datori di lavoro italiani che chiamano a lavorare persone che non conoscono. Ma come diversi casi di cronaca rivelano, il meccanismo del Decreto Flussi permette alla criminalità di importare direttamente forza lavoro attraverso procedure false con imprese fasulle e commercialisti fasulli, in cui il bracciante straniero viene fatto entrare già con una forma di ricatto che è un debito verso chi gli ha permesso di arrivare. Debito che espone le persone allo sfruttamento dei caporali, i quali rispondono alle esigenze di un sistema produttivo.
L’emergenza come terreno ideale per lo sfruttamento
Dalla rivolta di Rosarno le condizioni dei braccianti non sono migliorate molto. La strage di Cosenza ha rivelato gli stessi meccanismi di sfruttamento, lo stesso utilizzo del caporalato. Ma anche sul versante abitativo le condizioni non sono migliorate, con tendopoli e accampamenti in cui i braccianti stanno quando non lavorano nei campi.
«Quello che noi ci chiediamo è: questo è un fallimento voluto o è una strategia di programmazione da parte dei nostri governi, che da un lato con la legislazione sull’immigrazione e dall’altra con politiche di confinamento costruiscono una politica di “apartheid dolce” per fare in modo che questi lavoratori non possano avere la dignità di integrarsi nel territorio?», chiede Piobbichi.
Il tema abitativo è esemplare in questo senso. Secondo una stima di Dambe So, solo nella Piana di Gioia Tauro sono stati spesi tra i 20 e i 30 milioni di euro per la questione abitativa dei braccianti senza aver risolto i problemi.
«Per fare un esempio, la tendopoli di San Ferdinando è stata sgomberata tre volte e ogni volta la bonifica è costata 500mila euro – sottolinea Piobbichi – Ora Piantedosi, attraverso le possibilità del Decreto Caivano, vorrebbe spendere 4 milioni di euro per realizzare un nuovo campo con casette di legno che continua nella politica di confinamento dei braccianti. In tutto questo ci sono 30 appartamenti pensati per accogliere i braccianti che non vengono aperti».
La precarietà abitativa si aggiunge quindi a quella abitativa e il sospetto è che la gestione emergenziale del fenomeno sia funzionale a lasciare ricattabile la forza lavoro per non gravare sul sistema economico.
Eppure le alternative esisterebbero. L’ostello realizzato da Dambe So attraverso una forma di mutualismo, che ha visto insieme i fondi dell’8×1000 della Chiesa Valdese, il contributo dei consumatori attraverso una l’acquisto delle arance di Sos Rosarno e una quota dei braccianti stessi permette di dare un tetto e dignità a circa 70-80 lavoratori.
ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCO PIOBBICHI:







