Una saracinesca in via Montevideo a Genova. È questo l’ingresso della sede di Casapound nel capoluogo ligure. Un luogo che è problematico sia in generale, per la presenza di una sede dell’organizzazione neofascista in una città Medaglia d’Oro al Valor Militare della Resistenza, sia per la vicinanza a Piazza Alimonda, luogo in cui fu ucciso Carlo Giuliani nel 2001, e alla Casa dello Studente, che durante la Seconda Guerra Mondiale fu occupato dalla Gestapo e divenne teatro di torture contro partigiani e prigionieri politici.
Da mesi Genova Antifascista porta avanti una battaglia contro la sede di Casapound, che ha interessato anche le istituzioni, a partire dalla sindaca Silvia Salis. In realtà, «dal 1960, quando la città respinse il congresso dell’Msi, a Genova i fascisti non hanno agibilità politica», ricorda ai nostri microfoni il giornalista Pietro Barabino.

L’arrivo di Casapound a Genova, vicino a piazza Alimonda

L’arrivo di CasaPound nel quartiere “Foce” di Genova risale al 2017 ed è stato contrassegnato da violenze squadristiche. All’epoca, ad esempio, si registrarono l’aggressione a un gruppo di antifascisti intenti ad attaccare manifesti, il pestaggio di un giovane in un pub e l’assalto alla festa del Partito Comunista dei Lavoratori. A queste azioni si sono aggiunte nel tempo sfilate e commemorazioni per figure legate all’estremismo di destra, come quella per l’operaio del Msi Ugo Venturini, durante la quale si sono ripetuti saluti romani e la chiamata del “presente”.
Inizialmente la cittadinanza aveva risposto con fermezza chiedendo la chiusura dello spazio, ma negli anni successivi la mobilitazione si è un po’ raffreddata, portando a una progressiva normalizzazione dei militanti nel quartiere, favorita dal silenzio dell’amministrazione cittadina guidata dal centrodestra fino al 2025.

Piazza Alimonda

Negli ultimi tempi, invece, lo scenario è mutato. Le saracinesche di via Montevideo rimangono quasi sempre abbassate e i residenti confermano che da circa due mesi i militanti non si fanno vedere.
La presenza del movimento a ridosso di piazza Alimonda, a pochi mesi dal 25° anniversario dei fatti del G8 di Genova del 2001, ha risvegliato una mobilitazione popolare larga e variegata, trasformando la questione in una priorità dell’agenda politica locale.
La lotta di Genova Antifascista, di fatto, ha finora limitato la presenza dei neofascisti, ma l’obiettivo è più ambizioso: la chiusura definitiva della sede di Casapound. Ciò anche per il fatto che ogni volta che Genova Antifascista convoca una manifestazione, la zona viene interamente blindata dalle forze dell’ordine, con strade sbarrate da grate metalliche e camionette.

Questa sorta di “protezione” offerta dalle forze dell’ordine alla sede di Casapound ha fatto crescere la rabbia, sfociata lo scorso novembre in scontri diretti tra manifestanti e polizia, tra il frastuono delle bombe carta e i fumi dei lacrimogeni.
A complicare il quadro è intervenuta l’azione legale del neonato Comitato Foce, che a febbraio ha sporto denuncia contro Genova Antifascista per i disagi causati dai cortei, chiedendo il daspo urbano per gli organizzatori. L’iniziativa è stata promossa dall’avvocato Paolo Amerigo Marulli di San Cesario Carniglia, legale storico di alcuni militanti di Casapound e socio dell’associazione identitaria Aristocrazia Europea.
Una mossa che appare come la strategia dell’estrema destra per spostare l’attenzione dal vero problema.

La battaglia di Genova Antifascista per chiudere la sede di Casapound

Sul piano istituzionale, la vicenda è diventata un caso politico. La sindaca di centrosinistra, Silvia Salis, eletta lo scorso anno, ha incontrato una delegazione di Genova Antifascista e ha successivamente inviato una formale richiesta alla prefetta Cinzia Torraco. Nella lettera si chiede di esaminare la permanenza della sede, definita una presenza non gradita e provocatoria in un luogo così simbolico.
«L’azione di Salis non era scontata – spiega Barabino – perché nessun sindaco precedente in passato si è schierato con l’antifascismo militante, si è sempre appoggiato quello istituzionale».
Lo sgombero formale, tuttavia, presenta complessità giuridiche: a differenza di altre occupazioni, i locali di via Montevideo sono regolarmente affittati all’associazione La Cambusa, la stessa che a febbraio ha organizzato un convegno sulla “remigrazione” in un hotel cittadino, a cui hanno partecipato leader nazionali di CasaPound ed esponenti di Veneto Fronte Skinhead e Rete dei Patrioti.

Proprio in concomitanza con quell’evento, l’aggressione ai danni di Fabio Ceraudo, presidente del municipio Medio Ponente del Movimento 5 Stelle, ha sollevato una nuova ondata di sdegno. L’episodio si inserisce in una scia di atti intimidatori recenti, come le svastiche disegnate sui muri del liceo occupato Leonardo Da Vinci, i disordini all’istituto Firpo e i violenti scontri avvenuti nel centro storico tra antifascisti e appartenenti al Blocco Studentesco.
Per rispondere a questa escalation, l’antifascismo genovese ha unito le forze attorno a figure storiche e nuove reti sociali. Giordano Bruschi, partigiano centenario noto con il nome di battaglia “Giotto”, ha lanciato una petizione popolare insieme ad Antonella Marras, ex candidata sindaca per Sinistra Alternativa. L’iniziativa punta a creare una forte pressione dal basso per negare l’agibilità politica alle sigle neofasciste, raccogliendo in pochi giorni migliaia di firme e l’adesione di oltre centocinquanta sigle eterogenee. I promotori evidenziano come la difesa dei valori costituzionali sia riuscita a unire realtà con visioni politiche molto diverse tra loro.

I primi frutti di questa mobilitazione si sono visti all’inizio di maggio presso i giardini della stazione Brignole, storico punto di ritrovo della destra radicale per la parata di Venturini: i banchetti per la raccolta firme hanno occupato preventivamente l’area, e per la prima volta dopo anni non si sono registrati i tradizionali cortei con i saluti romani.
In vista del 25° anniversario del G8, dal Comitato piazza Carlo Giuliani ricordano come la difesa dei principi democratici non debba limitarsi al territorio locale. La presenza di una sede neofascista vicino a piazza Alimonda ferisce la memoria della città, ma il rispetto della Costituzione impone che a queste realtà non venga concesso spazio in nessun luogo del Paese.

ASCOLTA L’INTERVISTA A PIETRO BARABINO: