Trent’anni di bugie, depistaggi e sentenze farsa si sono finalmente infranti restituendo dignità alla memoria di Giacomo Turra. Il prossimo 20 maggio, infatti, ci sarà il primo atto formale di riconoscimento dell’omicidio del giovane attivista padovano da parte della polizia colombiana.
L’iniziativa è possibile dopo quanto accaduto nel 2024, quando la Commissione interamericana dei diritti umani (IACHR) ha dichiarato la responsabilità diretta dello Stato colombiano per la morte del ventiquattrenne veneto, accertando che il giovane fu brutalmente ucciso da cinque poliziotti. Cade così definitivamente la versione ufficiale che per tre decenni aveva liquidato il caso come un decesso causato da overdose e autolesionismo, un teorema costruito ad arte dalle autorità locali per garantire l’impunità agli agenti coinvolti.

La verità su Giacomo Turra: il riconoscimento 30 anni dopo

La sentenza rappresenta il coronamento di una battaglia civile e umana lunghissima, condotta con straordinaria tenacia dalla famiglia del ragazzo.
Il 20 maggio, in particolare, ci sarà il primo atto formale da parte della Colombia rispetto a ciò che è capitato a Giacomo Turra. In particolare, nella sede dell’Agencia Nacional de Defensa Jurídica del Estado, un organismo creato appositamente per trattare vicende di questo tempo, ci sarà la firma di un accordo tra lo Stato colombiano e la famiglia Turra in cui per la prima volta la Colombia riconosce la sentenza dell’IACHR.

Nello specifico, la sentenza chiede esplicitamente una riconciliazione tra la Colombia e la famiglia Turra in termini di riconoscimento di danni materiali e morali.
«È un atto importante – osserva ai nostri microfoni il giornalista e scrittore Guido Piccoli, che ha seguito il caso ed era amico del padre di Giacomo – Di Giacomo sappiamo chi l’ha ucciso – perché si è ottenuto qualcosa che non si era ottenuto in altri casi, ad esempio quello di Ilaria Alpi, di Giulio Regeni o Mario Paciolla. Noi, insieme alla famiglia, stiamo cercando di ricordarlo al mondo dell’informazione, ma anche alle famiglie di persone scomparse all’estero, perché non bisogna mai mollare».

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La vicenda che portò alla morte Giacomo Turra

La vicenda risale al settembre del 1995. Giacomo Turra, studente di lettere a Padova, poeta e attivista del centro sociale Pedro, si trovava a Cartagena de Indias per una ricerca antropologica sulle popolazioni indigene della Sierra Nevada di Santa Marta.
«Quando una persona muore – afferma ai nostri microfoni Francesco Vespignani, cugino di Giacomo – ognuno ha un suo ricordo, quindi ci sono tanti Giacomi».

A pochi giorni dal rientro in Italia, colto da un forte malessere e da dolori allo stomaco, il giovane era entrato in un ristorante cinese per chiedere aiuto. Invece di soccorrerlo, i gestori allertarono le forze dell’ordine. Prima ancora dell’arrivo della pattuglia, il vigilante di un residence vicino colpì ripetutamente il ragazzo. All’arrivo della polizia la situazione precipitò: Giacomo venne gettato a terra e massacrato di botte, per poi essere caricato su una camionetta con mani e piedi legati.
Trasportato in ospedale per essere sedato e subito riconsegnato ai suoi aguzzini, il giovane tornò nella struttura sanitaria due ore dopo, quando era già privo di vita. Il referto medico parlò chiaro, evidenziando un decesso per politraumatismo e trauma cranico encefalico, ma l’apparato statale attivò immediatamente la macchina dell’insabbiamento.

«Quando mio zio (il padre di Giacomo, ndr) e mia madre andarono in Colombia, non riconobbero il cadavere – ricostruisce Vespignani – La prima versione sulla morte di Giacomo era l’overdose da cocaina, ma mio zio disse che avrebbe creduto alla storia se fosse stato investito da un camion».
I segni dei pestaggi sul giovane erano quindi molto evidenti e per il riconoscimento fu necessario ricorrere a una radiografia dentale.

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Il difficilissimo percorso giudiziario sulla morte di Giacomo Turra

Il percorso giudiziario in Colombia si è rivelato negli anni un vicolo cieco. I cinque poliziotti responsabili del pestaggio furono inizialmente sottoposti alla giurisdizione militare, che decise di non procedere. Successivamente, nonostante il trasferimento del caso alla giustizia ordinaria e un iniziale arresto per omicidio preterintenzionale, gli agenti vennero assolti. Chi provò a dire la verità, come il testimone oculare Julio Cesar Londono, subì minacce di morte e pestaggi, tanto da dover fuggire in Italia per salvarsi la vita.

A Padova, intanto, la notizia della morte era rimbalzata tra il pregiudizio di chi preferiva credere alla tesi del “ragazzo del centro sociale tossicodipendente”, un comodo paravento morale per una città che spesso preferiva non scavare a fondo.
L’ostinazione dei compagni del Pedro e della famiglia spinse però fin da subito verso una controinchiesta indipendente. Pochi giorni dopo il delitto, tre amici del ragazzo partirono per Bogotà per raccogliere prove e testimonianze, scrivendo i loro resoconti per il manifesto. Un viaggio rischioso, intrapreso dopo un drammatico incontro alla Farnesina in cui le autorità italiane avevano avvertito il gruppo del pericolo di vita, tanto da spingerli a risiedere, per motivi di sicurezza, nella casa blindata di un colonnello italiano distaccato in ambasciata per l’antiterrorismo.

«Sono stati 30 anni durissimi – commenta ai nostri microfoni Giuditta Turra, sorella di Giacomo – Sopratutto i primi dieci. Sopratutto perché sia le istituzioni colombiane che la stampa diffusero un sacco di falsità su Giacomo». Al punto che, come è accaduto anche per altre vittime della violenza poliziesca, si insinuava il sospetto che fosse colpevole o se la fosse andata a cercare.
Essere arrivati al riconoscimento attuale, dunque, per la famiglia rappresenta una liberazione. Sebbene il dolore non sarà risolto e le vite stravolte dalla vicenda non verranno ridate indietro, «adesso ci sentiamo più liberi di parlare di Giacomo senza dover giustificare o spiegare cos’era andato a fare in Colombia – afferma la sorella – Questa sentenza è importante anche politicamente, perché la Colombia non l’aveva mai fatto per una persona straniera. Senza verità non c’è alcun tipo di giustizia».

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Il contesto colombiano e la repressione della polizia

Il contesto colombiano in quegli anni, in particolare per ciò che riguarda la repressione poliziesca, era particolarmente feroce. A raccontarlo ai nostri microfoni è Giorgio Tinelli, docente dell’Università di Bologna nella sede di Buenos Aires.
«Storicamente la polizia colombiana non si è mai distinta per avere un codice etico – osserva Tinelli – Dal 1990 polizia e forze di sicurezza sono state accusate di assassinii, esecuzioni extragiudiziali e uso eccessivo della forza. Un ruolo importante nel denunciare tutto ciò lo ha avuto Amnesty International». Quel decennio arrivava dopo la repressione violentissima negli anni ’80 nei confronti della guerriglia disarmata delle Farc. Una costante che è arrivata anche dopo gli accordi di pace del 2016.

La vera svolta c’è stata il 28 aprile 2021, in seguito a una repressione molto forte delle manifestazioni. In quel momento, ancora sotto la presidenza di Iván Duque Márquez, «si è ripresa la questione della democratizzazione della polizia e la questione si è trascinata fino ai giorni d’oggi», osserva il docente.
Alcuni ipotizzano che la svolta nel caso di Giacomo Turra sia stata merito della nuova presidenza della Colombia, nelle mani di Gustavo Petro. Una tesi che vede prudente Tinelli: «Il ruolo di Petro è stato un po’ ambiguo rispetto alla riforma della polizia. Sicuramente c’è stato un clima durante la sua presidenza che ha aiutato ad arrivare a questo riconoscimento».

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Il caso di Giacomo Turra, a cui l’Università di Padova ha dedicato un’aula nel 1997, è diventato negli anni un simbolo internazionale e una tragica lente di ingrandimento sulla situazione dei diritti umani in Colombia.
Gli esperti dell’epoca evidenziavano come la stragrande maggioranza delle violazioni e delle sparizioni nel Paese fosse da imputare proprio all’esercito, alla polizia e alle squadre paramilitari al servizio di latifondisti e multinazionali, interessati a liberare le terre ricche di risorse o biodiversità attraverso il terrore e il fenomeno dei profughi interni.