È una scelta abbastanza clamorosa quella che Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, ha ufficializzato dopo la riunione di domenica scorsa del comitato politico nazionale del partito. Erano infatti 18 anni, dopo lo scotto dell’esperienza con i governi Prodi e altri di centrosinistra, che Rifondazione Comunista non ne voleva sapere di andare col Pd.
Ora invece le condizioni sono mutate, il centrosinistra non è più quello di Renzi o che sosteneva il governo Monti, ma sopratutto tanto in Italia quanto nel mondo l’estrema destra sta mostrando il volto truce. Una ragione che per Acerbo è sufficiente per allearsi col campo largo, «pur mantenendo la propria autonomia».

L’alleanza di scopo per cacciare la destra: la scelta di Rifondazione Comunista

È lo stesso segretario di Rifondazione a raccontare ai nostri microfoni le ragioni di una scelta. Ed Acerbo elenca i grandi danni che il trumpismo sta facendo in tutto il mondo, insieme a Netanyahu e con l’avanzata dell’estrema destra in molti Paesi europei. Sia in Italia, dove è già al governo, ma anche in Francia, Spagna e Portogallo, dove rischia di prendere il potere molto presto.
E per giustificare la scelta di Rifondazione, Acerbo cita i patti di desistenza o le indicazioni di voto che la sinistra radicale in Francia e in Portogallo ha messo in piedi nei confronti della sinistra più moderata, socialisti in primis, proprio con l’obiettivo di impedire la presa del potere dell’estrema destra.

A far maturare il cambio di strategia, però, per Acerbo è anche lo stesso centrosinistra italiano. Quello di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni non è più il centrosinistra di Renzi, Picierno o Fassino. Lo stesso segretario di Rifondazione Comunista ricorda le diverse battaglie che lo hanno visto nelle stesse piazze con gli esponenti del campo largo, dal genocidio in Palestina al rifiuto dei decreti sicurezza, dai referendum (falliti) che chiedevano l’abolizione del Jobs Act a quello (vinto) contro la riforma della giustizia.
«Il governo Meloni stava producendo un decreto sicurezza al mese – ricorda Acerbo – Se non fosse stato stoppato col referendum sulla giustizia avrebbe continuato con le sue politiche repressive, in particolare contro le forze sociali più radicali».

Di fronte alle prevedibili critiche delle forze più radicali, Acerbo sottolinea che finora Rifondazione ha sempre mantenuto una coerenza che le va riconosciuta e che questa sorta di “alleanza di scopo” per battere le destre riguarda le elezioni politiche nazionali, non l’atteggiamento sui territori.
«Noi a Milano abbiamo condotto una dura lotta contro l’immobiliarismo della giunta Sala – osserva Acerbo – poi confermata dall’inchiesta della magistratura». La conseguenza, quindi, è che nei territori si continuerà a decidere caso per caso, in particolare sondando se c’è la possibilità di una convergenza su alcuni temi.

Alla sinistra radicale, che in questi anni Rifondazione ha cercato di aggregare, Acerbo lancia un invito alla riflessione sulla fase in cui si trova l’Italia e il mondo. «Anche se raccogliessimo tutti insieme il 3 o il 5% permetteremmo a Giorgia Meloni di vincere – afferma il segretario di Rifondazione – Sarebbe invece doveroso concorrere a sconfiggere Giorgia Meloni mantenendo la propria autonomia».
Acerbo cita anche il sindaco di New York Zohran Mamdani e Bernie Sanders come esempi per una strategia che avrebbe lo scopo di «mettersi al servizio del sentimento che è prevalso nel referendum, come nelle mobilitazioni sulla Palestina e contro il riarmo». Un sentimento che può trasformarsi in punti programmatici come il “no” al riarmo, il ripudio della guerra, l’abolizione del Jobs Act, il salario minimo, il reddito di cittadinanza e altri provvedimenti ancora.

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