Dal 28 marzo al 27 settembre 2026 Palazzo Pepoli, a Bologna, ospita la mostra Frida Kalho. Lo sguardo come identità, un progetto espositivo che riunisce oltre 70 fotografie dedicate all’artista messicana, realizzate da alcuni dei più importanti fotografi del Novecento.

La mostra su Frida Kahlo

Parliamo di Nickolas Muray, Gisèle Freund, Lucienne Bloch, Lola Álvarez Bravo, Leo Matiz e Julien Levy: figure diverse per formazione e linguaggio, ma accomunate da un elemento preciso, e cioé che tutte queste figure hanno avuto un rapporto diretto con Frida Kahlo. Non si tratta, però, di una classica retrospettiva. Il percorso non segue un ordine cronologico e non ricostruisce la biografia dell’artista. L’obiettivo è un altro: mettere in discussione l’immagine unica e riconoscibile di Frida Kahlo, mostrando invece una pluralità di sguardi e di identità.

Le fotografie esposte restituiscono le molte facce di Frida. C’è la Frida delle amiche più intime, come Lucienne Bloch e Lola Álvarez Bravo: la prima la ritrae agli inizi, quando la sua immagine non è ancora definita; la seconda negli ultimi anni, fino al letto di morte, restituendo una presenza fragile ma consapevole. C’è la Frida privata, fotografata dal gallerista Julien Levy, che nel 1938 la espone a New York contribuendo a farla conoscere negli Stati Uniti. I suoi scatti sono imperfetti, intimi, lontani dalla costruzione iconica. C’è poi la Frida in tensione con lo sguardo degli altri, come nelle immagini di Leo Matiz, dove emerge anche il rapporto complesso con Diego Rivera. E infine c’è la Frida costruita, quasi definitiva, nelle fotografie di Nickolas Muray: immagini eleganti e studiate che hanno contribuito in modo decisivo a fissare l’iconografia dell’artista.

La mostra parte da una domanda precisa: quanto c’è di Frida Kahlo in queste immagini, e quanto invece è il risultato dello sguardo degli altri? Una domanda che si lega direttamente alla figura dell’artista. Durante la sua vita, infatti, Frida Kahlo non è stata una protagonista assoluta del sistema dell’arte. Ha esposto poco, ha venduto meno di quanto si potrebbe immaginare oggi, ed è stata a lungo percepita soprattutto come la moglie di Diego Rivera, uno degli artisti più celebri del suo tempo. Questa condizione ha segnato profondamente il suo percorso.

Il tormentato rapporto con Diego Rivera

Diego Rivera era una figura dominante: artista affermato a livello internazionale, protagonista del muralismo e politicamente influente. Frida entra anche grazie a lui nei circuiti artistici, ma allo stesso tempo ne subisce il peso.

Il loro rapporto, segnato da tradimenti, separazioni e riconciliazioni, è anche un confronto continuo sul piano dell’identità artistica. Frida cerca costantemente di emanciparsi da quella definizione, di non essere ridotta a una figura riflessa. Non a caso, Frida definirà Diego Rivera «il secondo grande incidente della sua vita» . Una frase che sintetizza bene la natura ambivalente del loro rapporto: Rivera è al tempo stesso il tramite attraverso cui entra nel mondo dell’arte e la figura da cui cerca costantemente di emanciparsi.

È in questo contesto che va letta anche la costruzione della sua immagine pubblica: la scelta degli abiti tradizionali messicani, l’uso sistematico dell’autoritratto. l’attenzione alla propria rappresentazione.

Una pittura fuori dal suo tempo

La pittura di Frida contribuisce a spiegare la sua posizione marginale in vita. Negli anni tra ’30 e ’50 il panorama artistico era dominato da grandi narrazioni politiche, linguaggi collettivi, sperimentazioni formali. Frida, invece, lavora in direzione opposta: formati piccoli, dimensione autobiografica, centralità del corpo e del dolore. Una pittura che oggi appare estremamente contemporanea, ma che all’epoca non trovava un vero spazio critico.

La pittura di Frida Kahlo nasce in condizioni molto particolari. Non da una formazione accademica o da un progetto artistico consapevole, ma da una necessità. Dopo il grave incidente che la colpisce a diciotto anni, costringendola a lunghi periodi di immobilità, Frida inizia a dipingere dal letto, utilizzando uno specchio per ritrarsi. Da qui deriva una delle caratteristiche più evidenti della sua opera: l’autoritratto. Frida dipinge se stessa perché è il soggetto che conosce meglio, ma anche perché è l’unico disponibile in una condizione di isolamento fisico e psicologico. In questo senso, la sua pittura non nasce come ricerca stilistica, ma come forma di elaborazione del dolore — fisico ed emotivo — che diventa linguaggio visivo. È una scelta che la rende marginale nel suo tempo, ma estremamente leggibile oggi. Non cercava la rivoluzione formale né il virtuosismo tecnico. Faceva qualcosa di diverso: trasformava la propria esperienza in linguaggio visivo.

Frida Kahlo diventa una figura centrale solo a partire dagli anni ’70 e ’80, quando nascono nuove attenzioni sul tema dell’arte: cresce l’attenzione per le artiste donne, il corpo diventa tema centrale, l’identità individuale assume un ruolo nuovo. In questo contesto, il suo lavoro viene riletto e valorizzato. E le fotografie — come quelle esposte a Palazzo Pepoli — giocano un ruolo fondamentale:
non solo documentano Frida, ma contribuiscono a costruirne l’immagine.

Il percorso si chiude con le fotografie di Graciela Iturbide. Qui Frida non appare più. Restano i suoi oggetti, conservati nel bagno di Casa Azul rimasto chiuso per decenni: corsetti, stampelle, protesi, effetti personali. È una presenza indiretta, ma potentissima.
Un’immagine che non rappresenta più il corpo, ma ciò che ne resta.

Per informazioni sulla mostra, i recapiti sono 0516583165 e palazzopepoli@bolognawelcome.it

ASCOLTA L’INTERVISTA A VITTORIA MAINOLDI, CURATRICE DELLA MOSTRA: