È arrivata nella serata di lunedì 12 gennaio, dopo oltre sei ore di camera di consiglio, la sentenza del processo Hydra, uno dei procedimenti più rilevanti degli ultimi anni contro la criminalità organizzata in Lombardia. Nell’aula bunker del carcere di Opera, il gup di Milano Emanuele Mancini ha condannato 62 imputati – giudicati con rito abbreviato – infliggendo complessivamente circa 500 anni di carcere. Diciotto le assoluzioni piene.
Il giudice ha riconosciuto l’esistenza di un vero e proprio “sistema mafioso lombardo”, definito dagli inquirenti una “supermafia” o “mafia a tre teste” (da cui il nome “Hydra”, il mostro a tre teste), in cui convivono esponenti di ’ndrangheta, Cosa nostra e Camorra.

Le condanne e le assoluzioni della sentenza sul processo Hydra

Il procedimento riguardava 80 imputati che avevano scelto il rito abbreviato, accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, traffico e spaccio di droga, tentata rapina, detenzione abusiva di armi, intestazione fittizia di beni, frode fiscale, omesso versamento delle imposte, riciclaggio e utilizzo di false fatture.
Al termine del giudizio, il gup ha disposto 62 condanne e 18 assoluzioni. Undici persone, che non avevano fatto richiesta di riti alternativi, sono state prosciolte già in udienza preliminare. Nove imputati hanno patteggiato, mentre per altri 45 è stato disposto il rinvio a giudizio. Lo scorso novembre i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, avevano chiesto condanne per un totale di 570 anni di carcere.

La sentenza di ieri è solo una parte del processo, in particolare per quegli imputati che hanno chiesto il rito abbreviato. Prossimamente, invece, si terrà il processo con rito ordinario per altri imputati, tra i quali figurano gli emissari del boss Matteo Messina Denaro.
«Nell’inchiesta ci sono due figure centrali, i fratelli Abilone, capacissimi di riciclare denaro, truffare lo Stato, moltiplicare il denaro – spiega ai nostri microfoni Massimo Pisa, giornalista di Repubblica – Questi fratelli venivano da Castelvetrano e non dobbiamo dimenticare che una delle componenti di questo mostro a tre teste provenivano da Castelvetrano ed erano gli emissari di Messina Denaro».

L’inchiesta Hydra era diventata di dominio pubblico nell’autunno del 2023, quando il gip Tommaso Perna aveva respinto 142 richieste di arresto su 153 indagati, non riconoscendo l’esistenza di un’unica associazione mafiosa composta da esponenti delle tre principali organizzazioni criminali italiane. Una decisione che aveva aperto un duro confronto istituzionale tra la Procura di Milano e l’ufficio Gip-Gup.
Quell’ordinanza era stata successivamente bocciata sia dal Tribunale del Riesame sia dalla Corte di Cassazione, che avevano invece disposto gli arresti, avallando l’impostazione investigativa della procura.

L’inchiesta e il processo hanno rappresentato un caso complesso anche sul piano teorico. Nel 2023 si era acceso un dibattito tra studiosi ed esperti di criminalità organizzata, molti dei quali ritenevano improbabile una collaborazione stabile tra Cosa nostra, ’ndrangheta e Camorra sullo stesso territorio. La sentenza di ieri, invece, ha confermato la tesi investigativa, sancendo «un nuovo paradigma nella lettura del fenomeno mafioso in Lombardia», osserva Pisa.
Per la procura, e ora per il giudice, le tre mafie non solo hanno convissuto, ma hanno condiviso strategie, affari e controllo del territorio, segnando un passaggio giudiziario che potrebbe avere conseguenze rilevanti anche per i futuri processi contro le organizzazioni criminali nel Nord Italia.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MASSIMO PISA: