L’Europa è un territorio circondato dal filo spinato. Da Melilla a Choucha esistono dei non-luoghi dove si respingono quanti vogliono costruirsi la dignità nel continente che si dice dei diritti. Marzia Coronati, Andrea Cocco e Marco Stefanelli hanno attraversato questi luoghi. Nasce così “Questo mare è di piombo”, un documentario spettacolo prodotto da Amisnet.

La forza di un documentario sta nella prospettiva che decide di adottare. La forza di uno spettacolo, nell’ambiente che riesce a ricreare. Basterebbe questo per definire “Questo mare è di piombo” il documentario audio-spettacolo dal vivo, a cura dell’agenzia Amisnet, un prodotto di pregevole fattura. Il reportage, frutto di un lavoro lungo e faticoso, esplora tutti i non-luoghi dell’ostinata difesa che l’Europa fa dei suoi confini. Marzia Coronati, Andrea Cocco e Marco Stefanelli, raccontano quel limbo nel quale si trovano i migranti che non possono entrare nel continente europeo, ma che non possono neanche tornare indietro.

E’ proprio questa, almeno a giudizio di chi scrive, la trovata geniale di “Questo mare è di piombo”: decidere di guardare il fitto reticolato che divide l’Occidente dal resto del mondo, dalla parte di chi in Europa ci vuole nonostante tutto entrare. C’è chi, come racconta Marco Stefanelli, a Melilla (l’enclave spagnola in Marocco) riesce ad entrare, nonostante il filo spinato a lame taglienti, ma una volta dentro, in spregio di tutte le norme internazionali, viene preso e riconsegnato alla polizia marocchina. E c’è chi, come racconta invece Andrea Cocco, che da anni vive in un campo profughi in Tunisia, a Choucha, nato al tempo della guerra in Libia, e che adesso è stato abbandonato anche dalla Croce Rossa e sarà sgomberato tra pochi giorni. Per quest’ultimo caso, attivisti e associazioni si sono mobilitati ed è possibilie firmare un appello perchè  i migranti rimasti nel campo siano trasferiti in un paese che può tutelarli.

In tutto questo, però, l’impressione più forte è che, nonostante l’Europa sia una cattiva matrigna chiusa nei suoi confini, rappresenti l’unica alternativa per i migranti. E quando non ci sono alternative, non ci sono reti e muri che tengano.

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