La libertà di manifestazione del pensiero deve poter essere espressa anche nei luoghi dell’istruzione, soprattutto se si considerano i saperi non del tutto neutrali, ed è in questa direzione che si muoverà il presidio del 13 febbraio, alle 16:30 in piazza Nettuno a Bologna, di Docenti per Gaza e dell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle scuole e delle università.

L’attacco politico ai luoghi della formazione: ecco come viene messa in discussione la libertà di insegnamento

«Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Docenti per Gaza, crediamo sia molto importante rispondere in modo coordinato e visibile a questo attacco verso la libertà di insegnamento. Abbiamo molti punti di lotta in comune sia con L’Osservatorio che con Docenti per Gaza osserva ai nostri microfoni Elisabetta Capucci di Docenti per la Palestina – Noi rivendichiamo la libertà di parlare nelle scuole di ciò che sta accadendo nel mondo e un punto di vista più neutrale possibile che è quello del diritto internazionale e questo ci è stato negato in diverse occasioni negli ultimi mesi».

Il riferimento è a diversi episodi occorsi a Bologna stessa, come i provvedimenti adottati da alcuni presidi nei confronti di alcune delle docenti che hanno fatto partecipare delle classi alla presentazione dell’ultimo libro di Francesca Albanese, iniziative che erano già state approvate dai consigli di classe.
Ma l’attacco politico ai luoghi della formazione ha permesso anche che gli studenti di Azione Studentesca, organizzazione giovanile vicina a Fratelli d’Italia, proponessero un questionario per segnalare i docenti di sinistra, una vera e propria lista di proscrizione.
La notizia, diffusa in tutta Italia, ha portato diverse risposte da parte di professori e professoresse. A Bologna infatti molti di loro hanno affermato di «voler semplificare il compito» agli studenti di Azione Studentesca, registrando un video dove dichiarano di essere di sinistra.

La rete di docenti, educatrici ed educatori si mobilita anche a seguito dell’approvazione del nuovo decreto sicurezza, con il quale il governo introduce misure che incidono direttamente sulle modalità di esercizio del dissenso politico e del diritto di protesta.
Il decreto può colpire chiunque, soprattutto con il suo articolo 11 che consente il fermo preventivo di persone ritenute potenzialmente pericolose sulla base di valutazioni del tutto ipotetiche, da chi scende in piazza a chi esprime dissenso fuori dalle scuole.
È del 23 gennaio la notizia di alcuni studenti del liceo Einstein di Torino, minorenni, arrestati con le accuse di resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale, per aver cercato di impedire a militanti di estrema destra di distribuire volantini dal contenuto xenofobo davanti alla scuola. Misure cautelari che sono state poi annullate.

Giorni prima inoltre, si era verificata una situazione analoga al liceo Primo artistico: i militanti di Gioventù Nazionale avevano cercato lo scontro con altri studenti, insultati e presi a calci per aver rifiutato i volantini, con il seguente intervento di alcuni insegnanti, anch’essi strattonati.
L’introduzione di strumenti di controllo in ambito scolastico, come i metal detector, per contrastare “risse” tra gli studenti, evitano di rintracciare una problematicità alle radici che non viene risolta.

Se la scuola diventa un terreno di battaglia politico, è necessario che i docenti possano allo stesso modo
esercitare il pensiero critico sui contenuti che propongono alla classe, come i libri di testo.
Da sempre i saperi non sono neutri, ma in qualche modo influenzati da asimmetrie di potere e gerarchie culturali e di genere presenti nella realtà materiale.

Dall’inizio del genocidio in Palestina, si sono verificati diversi atti di censura in ambito scolastico, facendo inoltre riferimento ad una “controparte” nel caso di dibattiti sul tema.
Si fa riferimento ad una circolare di novembre del Ministero dell’Istruzione e del Merito, dove il ministro, rivolgendosi ai presidi, invita alla presenza di un contraddittorio in qualunque tipo di dibattito.
«Si tratta di una circolare tendenziosa – afferma Cappucci – perché non pare interessare tutti i tipi di incontri. Noi organizziamo progetti di tutti i tipi a scuola, dalla violenza di genere alla mafia. Organizzare un progetto sulla mafia, invitando i mafiosi sarebbe un’assurdità». La pluralità di vedute auspicata dal Ministero, in realtà, nasconde la censura riguardo determinati progetti, in particolare quelli riguardanti la Palestina.

Per questo il 13 febbraio in piazza Nettuno alle 16:30, viene fatto appello a tutta la comunità studentesca, dagli studenti ai docenti e genitori, a venire in piazza «per ribadire la necessità della nostra indipendenza», conclude Cappucci.

ASCOLTA L’INTERVISTA A ELISABETTA CAPPUCCI: