Verrà presentata alle 16.30 di giovedì prossimo, 11 dicembre, nell’aula magna di Scienze dell’Educazione, in via Filippo Re a Bologna, la campagna “La conoscenza non marcia”. Si tratta di una campagna che ha l’obiettivo dichiarato di “difendere università e scuole dal processo di militarizzazione e dalla complicità col genocidio del popolo palestinese”.
L’obiettivo è mettere a sistema gli sforzi e le lotte compiuti in questi anni per interrompere i rapporti con l’industria bellica, da un lato, e con le realtà israeliane complici col genocidio a Gaza, dall’altro, attraverso uno strumento omogeneo, che potrebbe essere una legge di iniziativa popolare, che separi il settore della conoscenza da quello militare.

La campagna contro la militarizzazione di scuole e università: verso una legge di iniziativa popolare

Il caso, diventato nazionale, del corso per ufficiali dell’esercito rifiutato dal Dipartimento dell’Università di Bologna è solo uno degli esempi che i promotori della campagna evocano per denunciare la militarizzazione di università e scuole nel nostro Paese.
Al contempo, gli atenei in questi anni, grazie a forti pressioni dal basso, in particolare da parte di studenti e docenti, hanno spesso adottato risoluzioni dei Senati accademici o immaginato modifiche di statuti e codici etici che hanno portato a parziali sospensioni o interruzioni dei rapporti con la filiera bellica. Oltre alla ricerca militare esplicita, inoltre, è stato spesso denunciato il cosiddetto “dual use”, cioè lo studio di soluzioni civili che però potessero essere utilizzate anche dall’apparato militare.

La campagna “La conoscenza non marcia”, grazie ad una ventina di realtà del sindacalismo, di organizzazioni della società civile, ma anche grazie a giuristi e costituzionalisti, conta di fare un passo ulteriore.
«Abbiamo deciso di trovare una soluzione un po’ più sistemica e attraverso uno strumento normativo – spiega ai nostri microfoni Giuseppe Curcio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – L’intento della campagna è quello di arrivare a una legge di iniziativa popolare o a strumenti simili che possa produrre anche risposte in automatico rispetto a questo tema».

In altre parole, il rifiuto della guerra e della ricerca finalizzata al settore militare, dovrebbe essere alla base di una scelta dello Stato, che decida di lasciare libera la conoscenza dalle collaborazioni e complicità con l’industria bellica. «Altrimenti si creerebbe una situazione per cui l’università, che dovrebbe essere luogo di dialogo e diffusione delle conoscenze – sottolinea Curcio – andrebbe a rappresentare uno strumento funzionale alle strategie belliche. Ipotesi che respingiamo».
I promotori sono consapevoli che il governo nazionale, guidato da Giorgia Meloni, rappresenta un ostacolo a queste istanze. Anzi: è l’esecutivo ad essere sceso in campo per imporre la militarizzazione degli atenei. «Noi respingiamo questa idea – conclude l’esponente dell’osservatorio – Vogliamo un’università libera dalle implicazioni che hanno a che fare con la guerra».

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIUSEPPE CURCIO: