L’Alta Corte israeliana conferma la sentenza della Corte distrettuale di Haifa. Rachel Corrie, l’attivista statunitense schiacciata nel 2003 da un buldozzer israeliano, è morta perché ha deliberatamente messo in pericolo la sua vita e perché si trovava in una zona militare chiusa. La famiglia della ragazza, dopo 12 anni, continua a chiedere giustizia.

Era il 16 marzo 2003 quando quella mattina Rachel Corrie, un’attivista statunitense dell’International solidarity movement, si precipitò davanti all’abitazione di un medico palestinese per evitare che venisse abbattuta dalle forze israeliane. Indossava una pettorina arancione e aveva in mano un megafono, non sembrava un soldato, ma solo una ventitrenne che dagli Stati Uniti, in piena Intifada, era giunta a Gaza con l’unico scopo di aiutare la popolazione. A niente valse il suo essere lì – era palesemente una civile internazionale -, ed un buldozzer israeliano la colpì in pieno, schiacciandola per due volte.

Per dodici anni la famiglia di Corrie ha lottato per chiedere giustizia per la propria figlia, e giusto ieri è arrivata l’ennesima sentenza che ha lasciato molti sotto choc. La Corte Suprema israeliana, che rappresentava una delle ultime speranze per i coniugi Corrie, ha rigettato l’appello presentato lo scorso 21 maggio dalla famiglia contro la sentenza della Corte distrettuale di Haifa, che aveva bollato la morte della giovane come un incidente. Rachel dunque sarebbe stata vittima della situazione di straordinaria emergenza in cui si trovava Israele, del fatto che la donna stazionasse in una zona dichiarata militarmente chiusa, e del fatto che il soldato alla guida del buldozzer non l’avesse vista, nonostante ci siano prove video ed audio del contrario.

“La Corte ha dichiarato che il fatto avvenne in una zona militare chiusa – spiega Chiara Cruciati, giornalista de Il Manifesto -, e dunque qualsiasi cosa fosse accaduta al suo interno deve essere considerato un atto di guerra. Con questa giustificazione si ripulirebbe dunque la coscienza dell’esercito israeliano, anche se come ha fatto notare la stessa faniglia non ci sono prove documentate che l’area in cui si trovasse Rachel fosse stata dichiarata zona militare chiusa”. La colpa dunque sarebbe da attribuire solamente alla giovane che avrebbe deliberatamente messo in pericolo la propria vita, sempre secondo quanto dichiarato dall’Alta Corte, l’ultimo gradino della giustizia israeliana,essendo un periodo di conflito.

In ogni caso anche se si fosse trattato di una zona militare chiusa, il diritto internazionale è molto chiaro in tal senso: la vita dei civili, guerra o meno, va sempre tutelata. “Su questo infatti si è basata gran parte della difesa dei legali della famiglia. La ragazza non era configurabile come un soldato o un guerrigliero, ma si trovava assieme ad altri attivisti, tutti visibilmente civili” conclude la giornalista che racconta anche che molto probabilmente i coniugi Corrie non si arrenderanno nemmeno questa volta, facendo appello direttamente alla comunità internazionale, ed in particolare agli Stati Uniti.

“Nemmeno mille pagine di libri, mille documentari, mille conferenze o mille racconti avrebbero potuto prepararmi a quello che ho visto qui” aveva scritto Rachel alla sua famiglia, un mese prima della sua morte.

Francesca Candioli

ato l’appello presentato lo scorso 21 maggio dalla famiglia Corrie contro la sentenza della corte distrettuale di Haifa nell’agosto 2012 che definiva la morte della giovane attivista statunitense dell’Ism “un tragico incidente”. Una sentenza che lasciò molti sotto choc: la giustizia – See more at: http://nena-news.it/lodissea-dei-corrie-la-corte-suprema-rigetta-lappello-per-la-morte-di-rachel/#sthash.o2twtzW9.dpuf
La Corte Suprema israeliana ha rigettato l’appello presentato lo scorso 21 maggio dalla famiglia Corrie contro la sentenza della corte distrettuale di Haifa nell’agosto 2012 che definiva la morte della giovane attivista statunitense dell’Ism “un tragico incidente”. – See more at: http://nena-news.it/lodissea-dei-corrie-la-corte-suprema-rigetta-lappello-per-la-morte-di-rachel/#sthash.o2twtzW9.dpuf

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La Corte Suprema israeliana ha rigettato l’appello presentato lo scorso 21 maggio dalla famiglia Corrie contro la sentenza della corte distrettuale di Haifa nell’agosto 2012 che definiva la morte della giovane attivista statunitense dell’Ism “un tragico incidente”. – See more at: http://nena-news.it/lodissea-dei-corrie-la-corte-suprema-rigetta-lappello-per-la-morte-di-rachel/#sthash.o2twtzW9.dpuf
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