Ieri, martedì 21 aprile, nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università Roma Tre, è stato presentato il Rapporto 2026 di Amnesty International, uno dei documenti più autorevoli a livello globale sullo stato dei diritti umani. Si tratta di un’analisi approfondita della situazione in 144 Paesi.
«Il 2025 è stato segnato da attacchi predatori al multilateralismo, al diritto internazionale e alla società civile, portatori dell’idea di un ordine mondiale basato su razzismo, patriarcato, disuguaglianza e agende contrarie ai diritti umani», scrive l’organizzazione internazionale.

Il rapporto di Amnesty International sui diritti umani

Il quadro delineato da Amnesty è particolarmente allarmante e la presidente di Amnesty Italia, Alba Bonetti, in un’intervista a Radio Onda d’Urto, fa anche i nomi. Negli ultimi mesi e anni, infatti, i principali responsabili della compromissione del diritto internazionale sono tre potenze mondiali: Stati Uniti d’America, Israele e Russia.
La documentazione raccolta nei primi mesi del 2026, in particolare, descrive un aumento diffuso dei crimini di diritto internazionale e un progressivo indebolimento dei meccanismi di giustizia globale, mettendo in crisi l’intero sistema di protezione dei diritti.

Nelle parole della segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, il mondo si trova oggi davanti a un passaggio storico senza precedenti: non si tratta più di un’erosione graduale dei diritti, ma di un attacco diretto alle fondamenta dell’ordine internazionale. Leader politici di primo piano, tra cui Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, vengono indicati nel rapporto come protagonisti di strategie di dominio economico e politico basate su repressione e violenza, mentre molti governi, compresi diversi Paesi europei, avrebbero scelto la via dell’acquiescenza o dell’inerzia.
Dal Medio Oriente all’Ucraina, passando per il Sudan e altre aree instabili, il rapporto parla di un sistema globale incapace di prevenire violenze su larga scala e di garantire accountability. In questo quadro, anche istituzioni come la Corte penale internazionale risultano indebolite da pressioni politiche e da un crescente disimpegno da parte degli Stati.

Il rapporto evidenzia come le pratiche autoritarie si siano intensificate su scala globale. Dalla repressione delle proteste all’uso di leggi securitarie per criminalizzare il dissenso, fino a sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali, numerosi governi hanno limitato in modo drastico le libertà fondamentali.
Parallelamente, l’impiego di tecnologie di sorveglianza e strumenti digitali ha rafforzato il controllo sulle popolazioni, riducendo ulteriormente gli spazi di partecipazione e di espressione.
Un capitolo significativo è dedicato al commercio di armi e al ruolo degli Stati nel favorire conflitti e violazioni. Amnesty denuncia trasferimenti irresponsabili verso attori coinvolti in crimini internazionali, sottolineando come le grandi potenze continuino ad alimentare guerre e tensioni regionali.

In questo contesto, cresce però anche la mobilitazione dal basso: movimenti sociali e lavoratori, in diversi Paesi, hanno cercato di ostacolare le rotte commerciali legate al traffico di armamenti, segnalando una crescente consapevolezza globale.
Nonostante il quadro critico, infatti, Amnesty sottolinea come nel 2025 non siano mancati segnali di resistenza. Milioni di persone, in diverse parti del mondo, hanno partecipato a proteste e mobilitazioni contro le ingiustizie, mentre alcune istituzioni e Paesi hanno cercato di difendere il sistema multilaterale e i principi del diritto internazionale. Dalle manifestazioni di massa alle iniziative diplomatiche, emerge una rete globale di opposizione alle derive autoritarie.

Ampio spazio viene riservato anche alla condizione di migranti e rifugiati. Il rapporto denuncia politiche sempre più restrittive e, in molti casi, in violazione del diritto internazionale, con espulsioni di massa e misure volte a impedire l’accesso alla protezione internazionale. Dall’Europa agli Stati Uniti, fino ad altri contesti regionali, le strategie adottate dai governi avrebbero aggravato la vulnerabilità di milioni di persone in fuga da guerre, persecuzioni e crisi umanitarie.

Il Rapporto 2026 si chiude con un appello chiaro alla comunità internazionale. Secondo Callamard, è necessario respingere le politiche arrendevoli e costruire una risposta collettiva capace di difendere i diritti umani e l’ordine basato sulle regole. In un contesto definito come uno dei più critici dell’epoca contemporanea, la sfida indicata da Amnesty è quella di trasformare la resistenza in azione concreta, per evitare che l’attuale crisi si traduca in un arretramento irreversibile delle conquiste ottenute negli ultimi decenni.

ASCOLTA L’INTERVISTA A ALBA BONETTI: