Il 10 aprile è uscito “Voragini“, il nuovo libro di Barbara Schiavulli, tra le più note giornaliste di guerra, fondatrice di Radio Bullets, che ha raccontato i conflitti più caldi degli ultimi anni. “Voragini” nasce dalla necessità dell’autrice di non restare più in superficie, limitandosi a raccontare quello che accade, ma di provare a capire perché non riusciamo a fermarlo. Per quale motivo l’abitudine è così difficile da spezzare?
Voragini, il libro di Barbara Schiavulli nella mente di chi il conflitto lo vive ogni giorno
Quello israelo-palestinese è stato il primo conflitto seguito dalla giornalista nella sua carriera. Oggi, però, raccontarlo non è più solamente un modo per spiegarlo, ma diventa un modo per riconoscerlo, per restarci dentro e accettare che alcune cose non si risolvono, ma si attraversano.
E Schiavulli lo fa cercando di entrare nella testa di chi questo conflitto lo vive, lo subisce e anche lo combatte.
«Come si arriva ad uccidere un bambino e giustificarselo? E dall’altra parte, come fanno le vittime a restare attaccati alle loro radici, alla loro terre?» si chiede la giornalista. Domande a cui il libro non cerca di dare una risposta, sarebbe impossibile. Mette invece i lettori in difficoltà, eliminando la distanza tra chi legge e quello che accade.
Le “Voragini” raccontate nel libro sono voragini di dolore, di perdita e di rabbia che accomunano le vite di sei persone che vivono il conflitto sulla loro pelle. Tra questi un contadino che difende i suoi ulivi, un soldato israeliano, una chirurga, ma anche una giornalista che continua a raccontare, nonostante abbia realizzato che le parole ormai non bastano. Raccontare le storie delle persone e manifestare per loro non fa la differenza.
«Questo conflitto lo ha mostrato più di altri – ci racconta Barbara Schiavulli – Tutti abbiamo saputo del genocidio a Gaza, siamo stati bombardati mediaticamente, ci siamo inorriditi e siamo scesi in piazza ma alla fine non è cambiato nulla». La gente finisce per sentirsi impotente e le istituzioni non fanno il volere del popolo.
«Credo che ormai siamo alla resa dei conti – sostiene Schiavulli – Tutto ciò che abbiamo costruito è saltato. In primis il diritto internazionale, che non è altro che la somma delle nostre esperienze nella storia»

Il racconto della Flotilla, dagli attacchi alla detenzione
Insieme alla giornalista, ripercorriamo anche la sua esperienza a bordo della Global Sumud Flotilla e il suo arresto da parte dell’esercito israeliano lo scorso ottobre. «È stata un’esperienza intensa con 18 giorni di barca, invece dei 10 previsti». Ci racconta la paura costante degli attacchi dei droni e il momento dell’arresto una volta sbarcata. «Siamo stati chiamati terroristi, ci hanno tolto i farmaci salvavita e ci costringevano a mangiare per terra»
Tutto ciò nel silenzio delle istituzioni, ma con l’enorme sostegno dei cittadini che hanno manifestato per loro.
Schiavulli esprime poi il suo sostegno, misto a preoccupazione, per la Flotilla partita pochi giorni fa da Barcellona.
«Le missioni saranno sempre più grandi, con ancora più imbarcazioni e persone». Il percorso resta lo stesso anche l’obiettivo: rompere il blocco israeliano a Gaza che continua a impedire l’ingresso di aiuti umanitari, nonostante il cessate il fuoco di ottobre. L’avvicinamento alle acque di Gaza è previsto verso fine aprile o nei primi giorni di maggio.
ASCOLTA L’INTERVISTA A BARBARA SCHIAVULLI:







