Dal 22 al 25 di agosto una manifestazione ricca di un cartellone che, tra certezze e novità, si conferma come un appuntamento di alto livello qualitativo.

Saalfelden Jazz: il programma della 34° edizione

Ogni buon festival jazz che si rispetti deve essere qualcosa di più della pura somma dei concerti in cartellone. Un rassegna musicale deve possedere una ben definita riconoscibilità, deve manifestare un anima propria:  a Cormons con il Jazz&Wine di Cormons tra musica e calici di ottima ribolla a Milano con i concerti aperitivi di tarda mattinata. Al Festival Jazz di Saalfelden il segreto dello chef sta nell’investigare nelle mille possibilità di fare musica. Naturalmente questo significa ricerca, ma non necessariamente presentata come un astruso gabinetto del dottor Caligari, prodotto per soli cultori del genere, un mondo a parte felice di escludere e di essere escluso. Anzitutto la cittadina tirolese di Saalfelden parla di festa e di situazioni, a partire dai City Stages per il pubblico vacanziero in cerca di divertimento e birra nel tardo pomeriggio, agli Alm Cooncerts (musica in alpeggio) con una vena più folklorica, dalle sperimentazioni dei Short Cuts per un pubblico più selezionato, fino ai Mainstage  del grande teatro, cuore del festival e luogo di incontro di culture e suoni provenienti da tante parti del mondo. Il tratto comune comunque è sempre la ricerca della cabala creativa, quel rimescolare all’infinito della grammatica musicale alla ricerca del magico accordo.

Su questa filosofia di infinite possibilità musicali, ancorato ad una teutonica efficienza organizzativa e ad una indiscutibile competenza della direzione artistica, Saalfelden si è giustamente meritata la palma del festival jazz più interessante d’Europa.

Dietro l’incredibile offerta musicale (più di trenta concerti in quattro giorni), il veterano del festival riconosce comunque alcuni aspetti ricorrenti della rassegna: a partire dall’annuale tributo  al “Grande Vecchio” dedicato a Wadada Leo Smith con un  progetto legato ai movimenti dei diritti civili (con lui il compositore/pianista Anthony Davis, John Lindberg al double bass e Pheeroan akLaff alla batteria), per finire con il gran finale di Uri Caine, protagonista di mille progetti, da Mahler a Tin Pan Alley, che porterà in scena il più emblematico dei classicismi  jazzistici con la musica di George Gershwin (con il pianista esecutori del calibro di Jim Black, Ralph Alessi, Mark Elias e Chris Speed), transitando per strampalate combinazioni quali quelle del Jewish Afro Beat di Jon Madof (la musica sefardita ebrea al ritmo di rock), soffermandosi su perfomance di improvvisatori eccellenti come il duo Tony Malaby e Tom Rainey, esplorando organici più allargati come la big band del chitarrista francese Marc Ducret (al suo interno il contralto di Tim Berne e il violino di Pifarely). Come sempre un occhio particolarmente attento anche nella composizione geografica dei gruppi e dei progetti, non solo con la ovvia presenza cospicua di musicisti austriaci, ma soprattutto con una più generale rappresentanza delle aree creative europee, a cui aggiungere i soliti mostri americani.

Il tutto miscelato con l’esperienza di chi sa fare spettacolo, nella consapevolezza che cambiando l’ordine dei fattori del cartellone si cambia anche il risultato dell’intera manifestazione (per leggere in dettaglio il programma clicca qui )

Come Radio Citta’Fujiko abbiamo già presentato in Salt Peanuts il cartellone del festival in quelli che si preannunciano gli eventi più salienti della rassegna (attenzione al batterista berlinese Christian Lillinger ed al suo drumming antico alla Han Bennink), mentre la nostra troupe al festival seguirà giorno per giorno sul sito i vari gruppi on stage, non solo per verificare la distanza tra aspettative e realtà, ma anche per segnalare quei nomi, magari meno noti, che segneranno maggiormente la rassegna: questo infatti è l’aspetto più significativo di ciò che risuona sotto le Alpi tirolesi, la scoperta di mondi e situazioni altrimenti relegati a luoghi periferici del circuito culturale mondiale.

Poi lunedì torneremo in patria e capiremo che l’intervallo è finito, che da noi l’energia ha smesso da tempo di scorrere nelle vene della creatività, che l’asfissia dell’invenzione (spending rewiew o non spending rewiew) non abita più in questi paraggi e che le poche rondini che volteggiano nell’ Italia delle grandi intese e delle poche idee da tempo ormai non fanno più primavera.

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