Il 4 febbraio il sindacato Sudd Cobas ha dato avvio ad un nuovo presidio a oltranza davanti allo stabilimento di Noa Group a Montemurlo, nel distretto tessile di Prato. I lavoratori denunciano, insieme al sindacato, che si tratti di una fake company dei titolari dell’azienda Alba. Si tratta di una piccola impresa che si occupa di cucitura e tessitura per conto di diversi marchi, alcuni piuttosto grossi, che aveva chiuso lo scorso autunno dopo le proteste dei lavoratori. Aveva fatto abbastanza discutere, peraltro, il caso di un’aggressione fisica da parte di una delle titolari ai danni di un lavoratore in sciopero, avvenuta il 16 settembre. Con la chiusura dell’azienda hanno perso il lavoro 18 lavoratori, che comunque denunciavano condizioni di lavoro disumane – turni di 12 ore per 7 giorni, senza nessun diritto a ferie o malattia – e che hanno tuttora quasi 7000 euro a testa di stipendi arretrati. 

Ancora sfruttamento nel distretto tessile di Prato: i nuovi scioperi di Sudd Cobas

«La vertenza Alba è nata un anno fa, quando i lavoratori della stireria si sono rivolti a noi», ha detto Arturo Gambassi del sindacato Sudd Cobas ai nostri microfoni, spiegando che i lavoratori risultavano assunti formalmente da un’altra società, con un contratto collettivo nazionale (quello delle pulizie) che non corrispondeva alle mansioni svolte, con stipendi molto bassi e con turni da più di 60 ore a settimana. A seguito della vertenza l’azienda aveva regolarizzato i contratti, ma ad agosto il sindacato è venuto a scoprire che «l’azienda aveva provato a delocalizzare la produzione in due stabilimenti diversi per poter lasciare senza il posto di lavoro gli operai che si erano iscritti al sindacato».

A settembre sono quindi ricominciati gli scioperi, fino ad arrivare alla vicenda dell’aggressione e alla chiusura degli stabilimenti di Alba a Montemurlo. Grazie alle pressioni dei lavoratori, la provincia di Prato ha deciso di aprire un cosiddetto tavolo di filiera, ovvero una serie di riunioni per consentire il dialogo tra il sindacato e le diverse aziende che fanno parte della filiera. Al primo incontro, che si è svolto a fine settembre, hanno partecipato solo alcune società intermedie, ovvero aziende che, come Alba, gestiscono commesse per conto di altri, mentre è stato più difficile – ci sono voluti altri scioperi e picchetti – convincere a partecipare i marchi committenti (tra questi, Patrizia Pepe e Giupel). 

Nelle ultime settimane lo stabilimento – seppure con un nome legale diverso, quello di Noa Group – aveva riaperto e stava lavorando nuove commesse, lasciando però fuori i lavoratori sindacalizzati che avevano partecipato alle proteste. E’ in questo contesto che, il 4 febbraio, Sudd Cobas ha indetto un nuovo sciopero a oltranza. Lo stesso giorno, il sindaco di Montemurlo, Simone Calamai – che peraltro è anche il presidente della provincia di Prato – ha disposto, in seguito alle segnalazioni del sindacato, che la polizia svolgesse degli accertamenti sullo stabilimento. È stato quindi riscontrato che, in base al piano urbanistico, l’attività di stireria non può essere svolta in quell’immobile, in quanto si trova troppo a ridosso delle abitazioni del quartiere.
Secondo Gambassi, se si riuscisse a coinvolgere tutte le aziende committenti nel tavolo di filiera, si tratterebbe del «primo episodio in assoluto in tutto il settore tessile e dell’abbigliamento, e che potrebbe aprire una strada nuova e diversa».

Recentemente, peraltro, il Tribunale di Firenze ha concesso l’amministrazione giudiziaria, misura chiesta dalla Procura di Prato, alla grande azienda italiana di fast fashion Piazza Italia. Secondo le indagini della Procura, l’azienda avrebbe esternalizzato gran parte della propria attività a due imprese di Prato che sfruttavano i lavoratori. Gambassi ci ha raccontato che il sindacato conosceva già l’azienda, in quanto era stata coinvolta in un’altra loro vertenza, legata a un episodio molto simile a quello di Alba: un’altra stireria, di cui Piazza Italia era committente, in cui le persone lavoravano 12 ore al giorno per 7 giorni, e diversi lavoratori erano stati licenziati per aver chiesto di non lavorare a Pasquetta. «Si tratta sicuramente di una notizia positiva – ha commentato Gambassi –  perché finalmente si sta iniziando a perseguitare chi veramente fa i profitti dallo sfruttamento e chi sta in cima alle filiere”. “Detto ciò – ha concluso – la nostra posizione è che l’azione giudiziaria da sola non basta a garantire un lavoro degno e stabile in queste filiere. La sindacalizzazione e la lotta sono la via per garantire dei posti di lavoro stabili con stipendi dignitosi che rispettino i contratti nazionali, e per combattere lo sfruttamento e il caporalato».

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