L’Italia ama definirsi e presentarsi al mondo come una superpotenza culturale. Musei, biblioteche, teatri, archivi e siti archeologici costituiscono il biglietto da visita di un Paese che fa della bellezza e della memoria storica il proprio orgoglio. Eppure, dietro la vetrina di questa immensa ricchezza, si nasconde una realtà quotidiana fatta di fragilità e scarsi riconoscimenti. Custodi, archivisti, bibliotecari, tecnici di palcoscenico, ricercatori e operatori culturali rappresentano l’ossatura invisibile che tiene in piedi l’intero sistema. Per un giorno, questa macchina complessa ha deciso di fermarsi: venerdì 12 giugno è stato infatti indetto uno sciopero generale del settore che unisce professioni diverse sotto l’insegna delle medesime rivendicazioni: precarietà, esternalizzazioni, bassi salari e mancanza di tutele adeguate.

Lo sciopero della cultura del 12 giugno

La mobilitazione nasce da «una convocazione, circa un anno fa, di Mi Riconosci per provare a immaginare insieme ad altre realtà un percorso di mobilitazione per una ricomposizione sociale – spiega ai nostri microfoni Silvia Gola di RedActa – Il fronte è composto da settori dove ci sono migliaia di inquadramenti, tantissimi contratti, ci sono dipendenti pubblici o privati, persone in appalto, partite iva, somministrati, eccetera. Quindi volevamo contarci per vedere che siamo un certo numero del pil, ma anche centinaia di migliaia di persone, se non milioni».

Nel comparto culturale convivono da anni elevate competenze professionali e remunerazioni insufficienti, grandi responsabilità e rapporti di lavoro frammentati o intermittenti. Le richieste portate avanti dai lavoratori mirano a un netto cambio di rotta che metta fine al dumping salariale, all’abuso delle false partite iva, ai contratti impropri e alle distorsioni del sistema degli appalti al ribasso.
Accanto alla richiesta di salari dignitosi e compensi equi per i freelance, si invoca la piena applicazione delle norme su salute e sicurezza, lo stop agli straordinari non pagati e l’introduzione di misure concrete contro discriminazioni e molestie. Resta inoltre centrale il tema previdenziale, con la richiesta di un reddito di discontinuità che tuteli chi affronta carriere inevitabilmente intermittenti, evitando che queste si traducano in future pensioni di povertà.

La tesi di fondo dello sciopero è che la cultura non possa essere considerata un settore accessorio o un costo da tagliare, bensì un presidio democratico, un motore di crescita sociale e un elemento fondamentale di coesione per la comunità. Di conseguenza, il benessere e la stabilità di chi produce conoscenza e cura il patrimonio non sono istanze corporative, ma requisiti essenziali per garantire la qualità e l’accessibilità dei servizi culturali a tutti i cittadini. La giornata del 12 giugno vuole dimostrare che, senza un lavoro sicuro e dignitoso per gli operatori del settore, l’immagine dell’Italia come superpotenza culturale rischia di rimanere un guscio vuoto.

La mobilitazione in Emilia-Romagna: in piazza a Bologna, Parma e Ravenna

In Emilia-Romagna la protesta avrà almeno tre epicentri. Alle 10.00 del mattino, è stato organizzato un presidio davanti all’Arena del Sole di Bologna, in concomitanta con La Repubblica delle Idee. Dalle 10.00 alle 12.00, invece, Piazza del Popolo a Ravenna ospiterà la manifestazione dei lavoratori dell’area romagnola e di Bologna. La scelta della città bizantina non è casuale, trattandosi di un centro simbolo per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio artistico, dove la richiesta di fermare il sottofinanziamento pubblico assume un significato politico ancora più profondo. Contemporaneamente, dalle 10.30 alle 11.30, l’area emiliana si ritroverà a Parma sotto i Voltoni della Pilotta, un altro luogo emblematico in cui la difesa del lavoro si intreccia direttamente con la gestione quotidiana di complessi monumentali di rilievo internazionale.

Nel pomeriggio il baricentro della protesta tornerà a Bologna, dove in Piazza del Nettuno è programmata un’iniziativa legata a Federculture. Nel capoluogo emiliano verranno ribadite le richieste di investimenti strutturali, stabilizzazioni e internalizzazioni del personale, oltre al necessario rafforzamento dell’occupazione pubblica attraverso un piano straordinario di assunzioni nel Ministero della Cultura e nelle istituzioni locali. I tagli ai finanziamenti pubblici, denunciano i promotori della protesta, stanno minando la tenuta dell’intera filiera, compromettendo la sopravvivenza stessa di festival, rassegne e servizi bibliotecari territoriali.

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