Sabato 17 gennaio, alle 9.30 al centro delle Donne di via del Piombo a Bologna, si terrà un incontro organizzato dall’Associazione Orlando per approfondire il rapporto tra donne di estrema destra al potere e di come queste alimentino comportamenti e attuino politiche che di femminista hanno ben poco.
“Politiche di destra. Leadership, pratiche, rappresentazioni di genere” è il titolo dell’incontro a cui prenderanno parte, in qualità di relatrici, Rita Monticelli, docente Unibo e consigliera comunale a Bologna; Nadia Urbinati, docente di teoria politica alla Columbia University; Cécile Calla, giornalista e saggista, e Giorgia Serughetti, docente di Filosofia politica all’Università Milano Bicocca.

«Non basta essere donna per essere femminista», una riflessione sulle politiche di destra

L’incontro è stato pensato proprio per riflettere su una delle contraddizioni e uno dei dilemmi del nostro tempo, cioè l’affermazione politica di donne, che però esprimono posizioni tradizionaliste, conservatrici e di estrema destra, ma anche sul crescente consenso che le organizzazioni di estrema destra raccoglie nell’elettorato femminile.
Il contributo delle relatrici sarà importante su due fronti: in primo luogo si analizzerà la componente elettorale e il discorso complesso tra astensionismo e voto femminile nella politica istituzionale; in secondo luogo si rifletterà sull’influenza di tale politica istituzionale reazionaria “femminile” e come questa porti ad uno svuotamento dei momenti e delle analisi costruite sulla condizione materiale delle donne in una società patriarcale.

Ai nostri microfoni Fernanda Minuz dell’Associazione Orlando, che introdurrà anche l’incontro, spiega che la necessità di affrontare questo tema nasce «dalla preoccupazione del crescente consenso tra le donne verso politiche di estrema destra» che si è espresso anche nei termini di flussi elettorali e di gender gap. «Si assiste ad una distorsione delle parole d’ordine del femminismo – continua Minuz – un’appropriazione e una distorsione propria di tutte le leader donne di destra e populiste, che non portano avanti una politica verso e per le donne e i soggetti subalterni, come i componenti della counità lgbtqia+».

Il tema del corpo, del diritto all’aborto e della violenza oramai definita “maschile e patriarcale” dal movimento femminista e transfemminista italiano, sono argomenti e istanze di cui Giorgia Meloni o Marine Le Pen, o qualsiasi donna leader reazionaria, trattano solo in ragione di una strumentalizzazione ed una cooptazione delle parole d’ordine che il movimento ha sempre cercato di far emergere.
Spesso questa strumentalizzazione avviene in chiave xenofoba, islamofoba e razzista. «Questa difesa dei diritti delle donne avviene in funzione anti-islamica – osserva Minuz – costruendo una retorica secondo cui l’Occidente è la patria dei diritti fondamentali, come se la violenza contro donne e persone lgbt sia portata avanti dall’Islam e non dai rapporti di potere patriarcali».

In questo contesto si inseriscono due nozioni importanti nelle teorie queer e transfemministe post coloniali: femonazionalismo e omonazionalismo. Il primo, proposto dalla ricercatrice Sara Farris, fa riferimento ai processi per cui alcuni partiti nazionalisti di destra si allineano con associazioni femministe e donne delle istituzioni solo per giustificare posizioni razziste e anti-islam. Il secondo segue la stessa strategia ideologica e finalità xenofobe e eurocentriche del primo, ma l’allineamento strumentale avviene con la comunità lgbt.

E allora come riproporre una rappresentanza femminista e transfemminista plurale e molteplice, che sfugga dalle appropriazioni illegittime reazionarie e conservatrici?
«Le autrici che abbiamo chiamato propongono dei criteri interessanti sul tema della rappresentazione delle donne e come valutarla, come mantenere in vita la libertà e quando questa viene messa a rischio da una falsa libertà liberista. Questi criteri dobbiamo riaffermarli con forza. Anche in ragione di questo “emancipazionismo reazionario” dilagante, dobbiamo riproporre e ripensare le nostre parole d’ordine», conclude Minuz.

ASCOLTA L’INTERVISTA A FERNANDA MINUZ: