L’Emilia-Romagna e la Toscana, insieme a Umbria e Sardegna, sono state commissariate dal governo per il mancato varo del piano regionale di dimensionamento scolastico. La decisione, assunta dal Consiglio dei ministri, riguarda le regioni che hanno scelto di non applicare il piano così come previsto, chiedendo invece il ritiro dei tagli e un’applicazione coerente dei criteri nazionali.
Il dimensionamento scolastico rientra tra gli obiettivi del Pnrr definiti dal precedente governo, con l’obiettivo di adeguare la rete delle istituzioni scolastiche all’andamento della popolazione studentesca su base regionale. Secondo l’esecutivo, il mancato adempimento della riforma metterebbe a rischio le risorse europee già erogate all’Italia.
Dimensionamento scolastico: la battaglia tra istituzioni
I criteri per il dimensionamento fanno riferimento al decreto interministeriale n. 124 del 30 giugno 2025, che ha aggiornato il precedente provvedimento del 2023 consentendo il recupero di 80 posti complessivi tra dirigenti scolastici e direttori dei servizi generali e amministrativi (DSGA).
Per l’anno scolastico 2026/2027 è inoltre prevista una misura transitoria per rendere più graduale il processo. In questa fase, il numero delle sedi scolastiche viene incrementato temporaneamente, con un aumento medio dell’1,60%. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha precisato che la riforma riguarda esclusivamente la riorganizzazione amministrativa e non comporta la chiusura dei plessi scolastici.
Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, contesta però l’impostazione del provvedimento, sostenendo che la Regione presenti dati migliori della media nazionale. «In Emilia-Romagna c’è un dirigente ogni 994 alunni, contro l’obiettivo di uno ogni 938: secondo questi numeri dovremmo avere più presidi, non meno», afferma de Pascale, secondo cui colpire una regione che ha rispettato le regole rischia di produrre scuole sovradimensionate. «Significa accettare istituti da duemila studenti, dove ragazze e ragazzi diventano numeri e non persone e dove il diritto all’istruzione perde il suo significato più profondo», ha sottolineato il presidente dell’Emilia-Romagna.
La scelta del governo inciderebbe negativamente sulla partecipazione delle famiglie, dei docenti e del personale. Per de Pascale, la difesa della scuola pubblica «non è una battaglia amministrativa, ma una scelta morale per l’uguaglianza, la coesione sociale e il futuro del Paese».
La Regione denuncia inoltre un mancato dialogo con il Ministero e sostiene che il commissariamento risponda più a esigenze di redistribuzione numerica nazionale che a reali bisogni territoriali, con il rischio di indebolire ulteriormente i presidi scolastici delle aree interne e montane.
Questo pomeriggio proprio la Regione Emilia-Romagna incontrerà i sindacati per confrontarsi sulla decisione del governo. Il commissariamento non piace nemmeno alla Flc-Cgil, che attraverso la segretaria generale Monica Ottaviani definisce la nomina del commissario ad acta «una scelta politica gravissima» che colpisce la scuola pubblica, l’autonomia scolastica e i territori più fragili.
«Non è un atto tecnico né neutro – afferma Ottaviani – ma uno schiaffo alle istituzioni, agli studenti, al personale scolastico e ai cittadini, ed è la cifra di un totale disprezzo del sistema pubblico d’istruzione». Secondo il sindacato, l’Emilia-Romagna è una regione «virtuosa con i numeri a posto» e l’imposizione del governo sarebbe quindi «sbagliata, ingiustificata e iniqua».
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