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Durante lo sciopero dei taxisti newyorkesi anti-Muslim Ban, Uber ha garantito il trasporto dei passeggeri. Il crumiraggio compiuto dalla piattaforma è solo l’ennesimo segnale di una Shock Economy che si traveste da Sharing Economy. In Italia, intanto, la legislazione si è arenata. L’intervista a Gea Scancarello, giornalista esperta del tema.

Sul finire della settimana scorsa, quando infuriavano le proteste per il Muslim Ban di Donald Trump, col quale il presidente statunitense ha vietato l’ingresso di cittadini arabi nel Paese, anche i taxisti newyorkesi hanno deciso di prendere posizione, indicendo uno sciopero.
La piattaforma Uber, con un vero atto di crumiraggio, ha invece garantito il servizio di trasporto, lucrando di fatto sullo spazio di mercato che si era provvisoriamente liberato.
Subito dopo l’inizio dell’agitazione è partito dal quartier generale di Uber, in California, un tweet rivolto alla clientela: “Abbiamo cancellato l’aumento delle tariffe dal Jfk. Questo potrebbe portare all’allungarsi dei tempi d’attesa. Per favore abbiate pazienza”. Una mossa interpretata dai tassisti, e non solo da loro, come di concorrenza particolarmente scorretta, se non di appoggio alla discussa scelta della Casa Bianca.

Del resto, ricorda ai nostri microfoni la giornalista Gea Scancarello, autrice del libro “Mi fido di te” sulla Sharing Economy, l’amministratore delegato Travis Kalanick fa parte del gruppo di consiglieri economici del presidente degli Stati Uniti.
“Altre società simili, come Airbnb – ricorda Scancarello – hanno attuato un marketing più intelligente, ad esempio dicendo di mettere a disposizione le case per i rifugiati. Uber invece è andata avanti sulla strada del business”.
L’episodio che ha coinvolto Uber riapre un dibattito mai sopito sulla Sharing Economy, l’economia della condivisione, in cui il denaro non dovrebbe essere in cima alle priorità, ma venire eventualmente dopo lo scambio di favori e servizi all’interno di una comunità.

“Negli Stati Uniti, Uber viene considerata dai detrattori un’azienda di Shock Economy – osserva la giornalista – che si inserisce nelle fessure del sistema economico e le allarga fino a conquistare una posizione dominante e a costruire un impero sull’onda dell’entusiasmo per la Sharing Economy“. L’espressione “Shock Economy” dava già il titolo ad un saggio di Naomi Klein sull’economia neoliberista predatoria ai tempi della globalizzazione.
Le definizioni su queste nuove forme di imprenditorialità scaturite dal progresso tecnologico e dai mutamenti socio-lavorativi, in realtà, si moltiplicano. Altro terminologia utilizzata – e ancora non molto in voga nel discorso pubblico, è quella di Gig Economy, un modello per il quale il lavoro continuativo viene superato in favore del lavoro on demand.

In questi anni, dal lancio di iniziative di condivisione come Blablacar o Couchsurfing, le multinazionali hanno fiutato la novità ed hanno operato vere e proprie operazioni di white washing puntando su una finta idea di condivisione, piuttosto trendy in alcuni ambienti. Anzi, i predoni del profitto hanno trovato una sorta di paradiso terrestre, dove i meccanismi della Sharing Economy permettevano loro di fare utili senza rischio di impresa, senza investimenti, ad esempio in parco macchine o immobili.
La ciliegina sulla torta per mettersi al riparo dalla scure del fisco, aiutata anche dalla natura digitale attraverso passa il servizio, è stata quella di collocare le sedi legali in paradisi fiscali sparsi per il mondo.

Allora com’è possibile distinguere quali sono iniziative di autentica Sharing Economy da ciò che invece non lo è, ma risponde a logiche di profitto che addirittura sfruttano chi mette a disposizione il proprio lavoro e i propri beni?
Secondo Scancarello il criterio principale è quello dell’imposizione del prezzo. Se un autista di Uber non è libero di concorcordare il prezzo con la persona a cui dà il passaggio, ma il costo viene imposto dalla società, magari anche attraverso un rincaro quando aumenta la domanda, ecco che dovrebbe suonare il campanello d’allarme.

In Italia su questi temi c’è ancora molta confusione, soprattutto nei mezzi di comunicazione. Vengono definite di Sharing Economy aziende che non lo sono, per il semplice fatto che alcuni meccanismi del servizio che offrono passano attraverso piattaforme web.
È il caso di Foodora, piattaforma delle consegne a domicilio, che nei mesi scorsi ha registrato le proteste dei propri fattorini per l’esiguità dei compensi. “Quella non è un’azienda di Sharing Economy – sottolinea la giornalista – dal momento che i fattorini sono dipendenti con contratti co.co.co. I sindacati avrebbero dovuto svegliarsi prima”.

Fatti come questi dimostrano che, anche nel nostro Paese, è urgente una leglislazione sulla materia che offra un quadro di riferimento sia alle imprese che agli utenti.
“L’Italia poteva essere avanti su questo tema, ma purtroppo è indietro – osserva Scancarello – Aveva avviato una discussione sul tema, anche molto bella perché prevedeva la partecipazione dei cittadini e la possibilità di suggerire o emendare il testo. La legge aveva alcune criticità, ma di sicuro era un primo punto di riferimento, che però si è arenato in Parlamento”.