Le terre rare e le rotte commerciali, ultimamente citate come alcune delle ragioni della fissazione del presidente statunitense Donald Trump per la Groenlandia, non sono tuttavia gli elementi principali nella partita che sta incrinando i rapporti tra gli stessi Usa e l’Europa.
Lo ha spiegato Marco Volpe, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali e autore per Osservatorio Artico, ai microfoni del nostro Alessandro Albana.
Nell’intervista, che verrà ospitata nel nuovo ciclo di Bologna e Dintorni all’interno di Spazio Podcast (in diretta sulle nostre frequenze dal lunedì al giovedì alle ore 15.00), Volpe spiega che l’interesse di Trump per la Groenlandia punta a recuperare il terreno perduto dalle precedenti amministrazioni statunitensi.

Volpe spiega che ad essere in crisi sembra essere l’eccezionalismo artico, un concetto per il quale quella regione della Terra, viste le poche conoscenze che se ne hanno e le difficoltà che presenta, viveva isolata dalle tensioni geopolitiche globali ed era caratterizzata da cooperazione internazionale, anzitutto scientifica.
Qualcosa però è cominciato a cambiare allo scoppio della guerra in Ucraina, quando la Russia è stata esclusa per decisione del Consiglio Artico, dai progetti di ricerca scientifica in loco.
Parallelamente, negli ultimi anni sono cresciuti gli interessi della stessa Russia, ma anche della Cina (pur per ragioni diverse) nella regione e ciò ha spinto a Trump a dichiarazioni forti, spesso false (non è vero che ci sono navi russe e cinesi al largo della Groenlandia) e a mire assai poco convenzionali.

Gli interessi di Russia e Cina in Artico

L’estrazione di terre rare appare difficoltosa e molto costosa, così come le rotte commerciali che si potrebbero aprire con lo scioglimento dei ghiacci a causa della crisi climatica sono un’incognita che non si realizzerebbe prima di vent’anni e che comunque resterebbe stagionale.
Ecco perché, secondo Volpe, le cause dell’ossessione che Trump sembra avere per la Groenlandia vanno ricercate altrove, in particolare nei crescenti interessi di Russia e Cina nell’Artico.
La Russia, in realtà, già possiede o controlla oltre il 50% della regione. Negli ultimi anni, inoltre, sta ammodernando le infrastrutture che ha in loco e risalenti alla guerra fredda.
Le mire di Mosca sull’Artico, in particolare, riguardano la difesa dei confini e la sicurezza energetica. «Sappiamo quanto è importante la possibilità di estrarre gas naturale e petrolio in questa regione, che poi viene rivenduto sui mercati», osserva Volpe.

Il ruolo della Cina in Artico è ovviamente diverso da quello della Russia, ma anche dalla narrazione di presenza aggressiva e assertiva che se ne faceva in Occidente fino a qualche tempo fa.
«Ci sono stati degli investimenti – osserva l’analista – ma tanti progetti, ad esempio infrastrutturali o di sviluppo energetico, sono stati interrotti e mai realizzati per diversi motivi, tra cui l’influenza del governo Usa su Copenaghen e Nuuk, o anche la reticenza di altri Paesi, come la Finlandia e le popolazioni indigene».
In particolare, Volpe spiega che la Cina si muove secondo dettami diversi, come quelli della cooperazione e della ricerca scientifica, e all’interno di istituzioni create in Artico.

Gli Stati Uniti ora nutrono preoccupazioni in termini di sicurezza, che scontano anche un tendenziale disinteresse delle amministrazioni precedenti verso la regione, al punto da essere un attore secondario in Artico.
«Gli Stati Uniti non hanno investito in ricerca quanto hanno fatto i cinesi – spiega Volpe – non hanno investito in sicurezza. Per cui ora, per mettersi al passo con una presenza russa importante, con un interesse cinese che cresce e anche con la volontà dei Paesi europei di rafforzare la propria presenza e difendere gli interessi nazionali, gli Usa si trovano a dover rimediare a dei gap accumulati».

ASCOLTA L’INTERVISTA A MARCO VOLPE: