Voucher: soluzione per gli inattivi?

Mentre l’Istat rivela che l’occupazione non aumenta e la disoccupazione diminuisce solo perché le persone smettono di cercare lavoro e mentre Flavio Briatore diventa ormai opinion leader, le ipotesi che circolano sulla sostituzione dei voucher, in via di cancellazione per disinnescare il referendum, puntano allo sdoganamento del lavoro a chiamata. Il commento dell’economista Marta Fana.

Il tasso di disoccupazione a febbraio è sceso all’11,5%, in calo di 0,2 punti rispetto a febbraio 2016. Lo rileva l’Istat che, contemporaneamente, fa sapere che l’occupazione non è aumentata. Ciò è possibile perché sono aumentati gli inattivi, cioè coloro che hanno smesso di cercare lavoro.
In questo quadro, il governo e la maggioranza parlamentare inizia a ragionare su come sostituire lo strumento dei voucher, in via di cancellazione, dopo il passo indietro deciso per disinnescare il referendum promosso dalla Cgil.

Una delle ipotesi più quotate sembra essere quella dello sdoganamento dei contratti a chiamata, già presenti dal 2003. Finora questa forma contrattuale è stata destinata a giovani con età inferiore a 24 anni e a lavoratori con più di 55 anni, anche pensionati, ed aveva un limite massimo di 400 giornate nell’arco di tre anni con lo stesso datore di lavoro. Nella riforma allo studio del governo salterebbero i limiti d’età oggi previsti.
“Il lavoro a chiamata – osserva ai nostri microfoni l’economista Marta Fana – è perfettamente sostitutivo della dinamica dei voucher, ovvero la possibilità da parte dei datori di lavoro di sfruttare una rotazione continua dei lavoratori”.

La reperibilità, per cui non è prevista una maggiorazione retributiva, è essa stessa una forma di ricatto nei confronti dei lavoratori, sottolinea Fana: “Io posso chiamarti e se non vieni posso licenziarti o chiamare gli altri due milioni di disoccupati”.
Estendendo questo strumento, afferma l’economista, il datore di lavoro può avere dieci contratti a chiamata e tutto il personale può avere questo inquadramento, con una platea di lavoratori che rimangono precari costantemente.

Proprio come i voucher, quindi, la liberalizzazione del contratto a chiamata è foriera di abusi. “L’abuso è previsto nella legge stessa, sta nell’idea stessa del contratto a chiamata così come la legge è fatta – insiste Fana – Se aggiungiamo che negli ultimi anni sono stati indeboliti i controlli sul lavoro, nessuno sa effettivamente quante sono le persone con questo contratto, se vengono pagate, se viene rispettato o meno il contratto nazionale”.