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VIVERE E (NON) LAVORARE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

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A “Signore e signori il welfare è sparito!”

La misura, certo molto drastica ma, non abbiamo motivo di dubitarne, altrettanto necessaria, della chiusura “dei servizi educativi dell’infanzia e delle scuole di ogni ordine e grado” fino al 1 Marzo, assunta dalle regioni maggiormente a rischio sul versante del contagio da coronavirus, riporta al centro dell’attenzione un tema particolarmente sentito tra i lavoratori della nostra categoria: la disuguaglianza delle condizioni contrattuali tra i lavoratori del pubblico e quelli del privato. A parità di mansioni, infatti, i contratti nazionali che regolano tali attività differiscono e molto, non solo dal punto di vista della retribuzione economica, ma anche di quella dei diritti del lavoratore. 

La chiusura delle scuole, a gestione pubblica e privata, in cui sono impegnati tantissimi colleghi del privato sociale, con la conseguente sospensione dal lavoro per una settimana (e la possibilità di prolungamento temporale in caso di peggioramento dello scenario epidemiologico), ci impone un’immediata presa di posizione a difesa delle tutele da garantire ai lavoratori meno protetti, quelli delle cooperative appaltatrici di servizi.  

Il diritto, sacrosanto, dei lavoratori del pubblico di avere la retribuzione piena durante le giornate di sospensione del servizio, vista la natura autoritativa del provvedimento che ne ha deciso la chiusura, dev’essere estesa, senza alcun distinguo, anche ai lavoratori del privato sociale. Ecco perché non riteniamo sufficiente la richiesta dei sindacati invitati al tavolo convocato dalla regione (presenti, oltre ai sindacati che hanno aderito al Patto per il lavoro e ai politici di competenza, associazioni di categoria e imprenditori), cioè l’applicazione di un ammortizzatore sociale come il Fondo d’Integrazione Salariale (la vecchia “cassa integrazione”). Sappiamo, perché lo viviamo sulla nostra pelle, cosa significhi: tempi di attesa lunghissimi (alcuni colleghi stanno ancora aspettando quella relativa ai mesi estivi del 2019) e una riduzione del 20/30 % della quota.

La soluzione è semplice: i soldi sono già stati stanziati a livello di bando per questi servizi. Basta che vengano regolarmente pagati dalla committenza pubblica appaltante alla cooperativa appaltatrice e, a cascata, finiscano regolarmente nella busta paga del lavoratore. Ecco, noi chiediamo che questa semplice proposta, insieme alle rappresentanze sindacali di base che in prima battuta sono state escluse (tutti i lavoratori devono essere rappresentati, tutti), entrino nel tavolo permanente regionale sulla crisi coronavirus.

E’ in questi momenti, nei momenti di reale e grave difficoltà, che in un paese si vede chi include e chi esclude, chi pensa alla comunità e chi invece a sé stesso, chi si mobilita per i propri e gli altrui diritti e chi solo per ingrassare il proprio egoismo assaltando gli scaffali dei supermercati.

Educatori Uniti Contro i Tagli